venerdì 14 agosto 2015

Racconto di Ferragosto: Regime Alimentare

 Lavo i piatti e piango.
Le mie lacrime scendono dal mio viso e cadono sull'acqua del lavabo, mescolandosi allo sporco di peperonata dei piatti.
Non ce la faccio più. Il bisogno è diventato troppo forte. È iniziato come una mancanza, per poi espandersi e crescere e diventare una necessità.
Non ne posso fare a meno.
Finisco di lavare i piatti e mi asciugo le lacrime. Indosso abiti di colore scuro, sperando che mi permettano di passare inosservato.
Il condominio è silenzioso. Non chiamo l'ascensore, è vecchio e fa troppo rumore. Scendo le scale al buio ed esco in strada.
So dove andare, me lo ha mormorato un collega l'altra settimana. Non è lontano da dove abito, ma preferisco fare un giro lungo, nel caso qualcuno mi segua.

Giro l'angolo e vedo, dall'altra parte della strada, una pattuglia. È composta da due agente, fermi presso i bidoni delle immondizie. Due poliziotti pallidi in viso con al guinzaglio due grossi cani arrabbiati. Affamati, probabilmente. Cerco di camminare disinvolto, ma i due mi notato.
"Lei, signore, si fermi, per cortesia."
Il poliziotto che ha parlato attraversa la strada. L'altro rimane lì, a far annusare al cane i bidoni delle immondizie.
"Buonasera, agente."
"Favorisca i documenti, per cortesia."
"Ecco qui." La mano nemmeno mi trema. Dopotutto, non sto facendo niente di male. Una passeggiata per digerire. Tutto qua.
L'agente guarda la carta d'identità. Annuisce soddisfatto. Me la restituisce.
"Cosa ha mangiato per cena?"
"Peperonata."
"Che buona. Ha cucinato lei?"
"Sì."
L'agente guarda il cane, che mi fissa con i suoi occhi affamati. Non può sentire niente. Sono pulito.
Per il momento.
"Bene, la ringrazio e buona serata."
Non sono a due portoni di distanza che sento il cane ringhiare. Mi blocco.
"Lei, signore, si fermi, per cortesia."
Ruoto leggermente la testa e guardo dietro di me con la cosa dell'occhio.
Hanno fermato qualcun altro. Riesco a ordinare alle mie gambe di camminare. Mentre mi allontano li sento parlare.
"Cosa nasconde nella tasca?"
"Guarda qua questo bastardo!"
Sento il manganello colpire la testa dell'uomo. Giro l'angolo e corro via.
Dopo mezz'ora di deviazioni, passo davanti al garage. Cammino lento, osservandolo dall'altra parte della strada. Non c'è anima viva. Inizio a temere che il collega mi abbia dato un'informazione sbagliata. O forse vecchia: magari gli spacciatori cambiano spesso luogo per non farsi beccare.
Alla fine della via c'è uno spiazzo adibito a parcheggio. Faccio finta di guardarmi attorno ma tengo il garage sott'occhio.
Alla fine mi decido, raggiungo il garage e busso. Due colpi indecisi. Sento un movimento sopra di me. Alzo lo sguardo ma non vedo niente.
Il basculante si alza un po', silenzioso. Lo hanno oliato bene. Mi guardo attorno. La via è vuota.
"Che vuoi?" chiede una voce. Rapida e tagliente.
"Indovina" rispondo, con una voce che vorrebbe essere da vero duro ma suona spaventata.
"Entra."
Il basculante si alza ancora un po'.
Mi accuccio e striscio sotto il basculante. Appena sono dentro delle forti mane mi inchiodano al pavimento e mi perquisiscono.
"È pulito."
Mi rialzo. Mi puntano una torcia in faccia, così non vedo con chi sto parlando o quanti sono.
"Centomila neolire."
Un patrimonio. Spero che meriti. Allungo le banconote e una mano le fa sparire. Mi mettono in mano un un pacchetto. È sottile e morbido.
"Vattene."
Infilo il pacchetto sotto la maglia e striscio di nuovo sotto il basculante. In strada, corro via.
All'altezza del parcheggio rallento. Mi rendo conto che sono stato uno stupido a correre. La strada che prendo per tornare a casa è più diretta di quella dell'andata. Ma ho più paura. Sbircio dietro ogni angolo. Mi nascondo nei portoni appena sento rumore di passi.
Da dietro un angolo saltano fuori due cani. Per un attimo penso che siano della polizia e per poco non me la faccio sotto.
Sono due cani randagi. Mi guardano e annusano l'aria. Iniziano a ringhiare.
Me la sto di nuovo per fare sotto.
Si avvicinano scoprendo i denti. Indietreggio.
Sento rumore di freni in strada. Un'auto si è fermata vicino.
La portiera si apre e la donna seduta al volante mi urla: "Se vuoi vivere, salta su."
Non me lo faccio ripetere. Salto dentro e chiudo la portiera. Giusto in tempo: il cane si schianta contro la lamiera dell'auto.
"Povera bestiola."
La donna è magra e ha un fiore infilato tra i lunghi capelli castani.
"Per fortuna che sono passata io. Mi chiamo Flora, piacere. Dove abita?"
Biascico il mio nome e la via.
"Manca il cibo per gli animali domestici. E i padroni li lasciano liberi piuttosto che farli morire di fame in casa. O farsi mangiare da loro."
"La ringrazio per avermi salvato. Possiede un'automobile?"
"È elettrica" si giustifica lei. Sono le uniche auto consentite, ormai, ma solo i più ricchi possono permettersele. I poveri diavoli come noi devono andare a piedi. E finire divorati dai randagi.
Penso che mi abbia letto nel pensiero, perché aggiunge: "Mio padre lavora per il Ministero del Nuovo Regime."
Cazzo, praticamente dalla padella alla brace. Almeno la tizia non si è portata dietro i suoi cani. Gente come lei ammanicata col Regime ha sempre dei cani.

Arriviamo sotto casa mia. Ringrazio la donna e torno nel mio appartamento.
Mi barrico in casa. Chiudo le imposte. Bagno uno straccio e lo uso per chiudere la fessura sotto la mia porta d'ingresso. L'odore potrebbe fregarmi. Tolgo il pacchetto da sotto la maglia e lo apro sul tavolo in cucina.
Manzo. E pure fresco. Quel patrimonio di neolire è stato speso bene.
Accendo il televisore e alzo il volume. Non voglio che mi sentano cucinare la carne.
La carne sfrigola nella padella e diffonde nella cucina un odore che avevo da tempo dimenticato.
Aspetto che sia ben cotta, anche se la mangerei perfino cruda. La metto sul piatto, ci passo sopra un filo d'olio.
Il coltello che taglia la carne mi manda su per il braccio una sensazione bellissima. Il sapore del manzo nella mia bocca mi manda in estasi. Mastico lentamente, lascio che si sciolga nella mia bocca.
Sono a metà della cena, della vera cena a base di carne, che il campanello della porta suona.
Ingoio una bestemmia.
Nascondo il piatto con la carne e la padella nella credenza. Mi chiudo la porta della cucina alle spalle.
Il campanello suona ancora. Prendo del deodorante e lo spruzzo nell'atrio.
Apro la porta. C'è Flora, che sguscia dentro senza chiedere permesso.
"Buonasera."
"Buonasera." balbetto.
"Sono passata per vedere come stava."
"Molto gentile, ma sto bene."
"Quando è sceso dall'auto mi sembrava che stesse male."
"Ora sto meglio."
"Sa, mi stavo chiedendo come mai i cani ce l'avessero con lei."
Deglutisco. "Perché erano affamati."
La donna si guarda attorno. Punta dritta alla cucina. La afferro per un braccio ma lei si svincola. In cucina annusa l'aria. Apre l'anta della credenza.
"Carne." dice con aria disgustata. "Lo dovevo immaginare. Non si vergogna a mangiare carne? Pensi al dolore di quelle povere bestie uccise solo per sfamare la sua ingordigia. Mi fa schifo. Abbiamo fatto una rivoluzione per impedire a gente come lei di continuare con questo stile di vita crudele e dannoso per l'ambiente. Vado a denunciarla alla polizia."
Mi strattona e si dirige all'uscita. Prendo il coltello, la seguo e le taglio la gola. Crolla al suolo gorgogliando. La trascino in bagno e la distendo nella vasca. Pulisco il pavimento.
Poi torno in cucina a finire la cena. Mangiato l'ultimo boccone, guardo il piatto vuoto e piango.

Piango perché sto pensando a come cucinare Flora.

sabato 8 agosto 2015

Piccole soddisfazioni

Visto che non si vive di sola ingegneria e di sola scrittura, nel tempo libero mi dedico al level design. 

Nello specifico, creo mod per quel vecchio ma immortale capolavoro che è DooM. Anche se il gioco è vecchio di 20 anni, la modding community è ancora molto vivace e creativa, anche grazie ai vari source port che hanno aggiornato le capacità del gioco a cose impensabili negli anni '90.

Qualche mese fa il sito Realm 667 ha indetto il concorso DoomJà-Vu, che consisteva nel creare un livello per Doom basato su un layout fornito dagli organizzatori. C'erano in palio anche gustosi premi, quali pupazzeti dei mostri del gioco o dipinti delle cover.

Ho partecipato al concorso con la mia mappa Black Magnetic, della quale potete vedere qui alcuni screenshots:

        

E ho raggiunto il quarto posto. Il premio? Il poster di Ultimate Doom, firmato dai membri della id Software.



Andrà a decorare le pareti della mia casa.

sabato 18 luglio 2015

Universal Robots – La Civiltà delle Macchine


Sono sempre rimasto affascinato dai robot e dalle intelligenze artificiali. Sono argomenti che ti fanno ripensare alla definizione di “essere umano”. Siamo forse noi solo delle macchine? Può una macchina sufficientemente complessa diventare indistinguibile da una persona? Verremo sostituiti dai robot?

Ho letto quindi con interesse il saggio Universal Robots – La Civiltà delle Macchine di Silvia Milani.

Docili feticci imbambolati o crudeli macchine di sterminio? Dotte entità fluttuanti o cataloghi antiquari del corpo umano?
Dagli albori delle prime civiltà all'epoca del GPS, gli androidi hanno sempre avuto un ruolo all'interno delle più diverse tradizioni culturali e hanno compiuto un emozionante cammino evolutivo con l'uomo. Protagonisti di numerosi miti e leggende, incarnazioni di incubi e desideri, figure capaci di oltrepassare la membrana tra immaginario e reale, spesso hanno parlato di noi: dai mostri perturbanti di E.T.A. Hoffmann, Jentsch e Freud, al paradigma dell'Uncanny Valley nei moderni laboratori; dalla critica di L'Isle-Adam e Ippolito Nievo all'ottimismo positivista, alle fanterie automatizzate delle guerre future; automi e robot (differenti gradi della scala evolutiva androide) sembrano incarnare i fantasmi, le speranze, le emozioni, i vizi e le virtù dei loro padri-padroni. Figure modello dell'inevitabile meccanizzazione dell'uomo nel Futurismo, nell'opera che li ha presentati al mondo, R.U.R., hanno scalato la condizione umana per ricordarci che sarà con il cuore e non con la mente che salveremo il mondo.

La Milani ripercorre e cita molto di quello che la cultura scientifica e fantascientifica ha prodotto sul tema dell’uomo artificiale, partendo da Erasistrato, che nella Alessandria del IV secolo a.c. tirò fuori l'idea che l'uomo fosse solo una macchina con gli organi come ingranaggi. L'autrice si sofferma in particolare su due opere archetipiche del genere, ovvero Der Sandman di E.T.A. Hoffmann e R.U.R. di Karel Čapek, quest’ultimo universalmente noto per aver coniato il termine Robot.

In Der Sandman il protagonista Nathanael si innamora di una donna artificiale, Olimpia, e lentamente scende nella pazzia. Čapek invece si immagina robot fatti non di metallo, ma di carne, i cui organi vengono assemblati in catena di montaggio. Posso essere scambiati per esseri umani, ma mancano loro le emozioni. Quando le ottengono uccidere l’umanità è il passo successivo. Ovviamente.

Queste due opere, come mostra l’autrice, contengono già in sé la maggior parte delle speranze e delle paure relative ai robot, sia dal punto di vista intimo (Nathanael che impazisce dopo aver scambiato una bambola per una persona) che sociale (l’umanità sostituita dai robot in R.U.R.). L’impossibilità di distinguere l’umano dall’artificiale, la sostituzione dell’uomo con la macchina e così via: se poi dopo 100 anni stiamo ancora qui a parlare di apocalissi robot vuol dire che non abbiamo fatto grandi passi avanti.


Non manca il contributo italiano a questa “filosofia del robot”: la Milani tratta anche la Storia Filosofica dei Secoli Futuri di Ippolito Nievo, scritto nel 1860, interessante in quanto anticipa le problematiche dell'uso dei droni in guerra.

È interessante anche il discorso sull’Uncanny Valley, quel punto critico “when features look and move almost, but not exactly, like natural beings, it causes a response of revulsion among some observers”, che spiega anche il motivo per cui troviamo inquietanti creature quali gli zombie, i clown o gli avvocati.

Manca ogni riferimento a Turing: dopo tutto molto prima di Voigt-Kampff, Turing aveva ideato un test per distinguere un uomo da una macchia. È un test che però non tiene conto delle emozioni, basandosi solo sul fatto di poter imitare una chiacchierata tra persone. Mi chiedo quindi quante delle macchine citate nel saggio passerebbero il Test di Turing.

Torneremo sempre sui robot. Sono il metro su cui misuriamo noi stessi e la nostra umanità (o la sua mancanza). Il dominio sull'intelligenza artificiale sarà il dominio sulla mente dell'uomo. Dovrebbe far paura.

martedì 7 luglio 2015

Lettura della serata: Phuket Inferno

Lettura della serata: Phuket Inferno, di Fabio Novel

Dopo una vita da dimenticare, Colin si è ritirato a Phuket, ma proprio lì un gruppo islamista semina il terrore scatenando una vasta offensiva internazionale. Una serie di sanguinosi atti terroristici, che sconvolge l’isola, colpisce persone a lui molto vicine e riaprono le ferite mal cicatrizzate di ieri. Colin dovrà affrontare un’ombra del suo passato.

Il tema degli attentati terroristici di matrice jihadista è un argomento caldo e sembra che i terroristi islamici stiano diventando il nuovo nemico di default dei generi azione/thriller/spionaggio, andando finalmente a colmare la lacuna lasciata dai Rossi dopo il crollo del Muro di Berlino.

D’altra parte storie con tali nemici servono per esorcizzare le paure collettive, e magari anche per  ragionarci un po’ sopra. Nel caso di Phuket Inferno c'è una descrizione (sospettosamente approfondita) dei vari gruppi terroristici/autonomistici che agiscono in Thailandia. Ho visto abbastanza interviste a Salvini per sapere che chiunque passa a meno di un chilometro da una moschea diventa automaticamente un terrorista (nota per gli idioti: era ironia), quindi tutte le distinzioni tra i vari gruppi e i loro modi di agire mi sono parse in realtà poco rilevanti per la trama principale.

A parte un paio di capitoletti dove il punto di vista è quello di uno dei terroristi, il grosso del racconto è incentrato su Colin, sulla sua voglia di vendetta e sui suoi tormenti interiori. Il nostro Angelo Vendicatore è meno innocente di quanto si pensi, e nell’ultimo capitoletto apprendiamo il suo passato e la ragione del suo esilio a Phuket.

Come da tradizione non vi anticipo il finale ma vi dico solo che si ricollega direttamente al peggio della storia europea degli ultimi trenta anni, storia che forse tendiamo a dimenticare troppo facilmente quando giudichiamo gli altri paesi. Com’era quella frase sulla trave nell’occhio?

Il racconto ha un finale aperto, almeno per quanto riguarda il destino del protagonista, anche se la sua storia personale e interiore arriva alla piena e matura conclusione. Che è un bel modo per dire che anche se muore non ci cambia niente, tanto la redenzione ai nostri occhi se l’è già guadagnata!

Giudizio: da leggere.

lunedì 15 giugno 2015

Trillium

Le mie storie preferite sono quelle che riguardano Amore, Morte e Viaggi nel Tempo. Non vi dovete stupire quindi se sono andato in brodo di giuggiole guardando film quali La Moglie dell'Uomo che Viaggiava nel Tempo o Predestination.

E non vi dovete stupire se mi è piaciuto tanto il fumetto Trillium, scritto e disegnato da Jeff Lemire, una miniserie in otto albi che la Vertigo ha recentemente riunito in un unico volume.

Due sono i protagonisti di Trillium. La prima è Nika Temsmith, xenologa dell'anno 3797 impegnata a stabilire un contatto con una specie aliena, gli Atabithi, capace forse di salvare gli esseri umani dall'imminente fine. L'umanità in questo lontano futuro è infatti minacciata da un virus intelligente che non le dà tregua e la insegue attraverso lo spazio.


L'altro protagonista è William Pike, reduce della Prima Guerra Mondiale, che nel 1921 parte alla ricerca di un tempio Inca nascosto nella giungla amazzonica. William è tormentato dagli orrori che ha vissuto durante la Guerra e spera che il Tempio Perduto possa dargli la pace di cui ha bisogno.

Le loro strade sono destinate a unirsi, dato che gli alieni viaggiano nel tempo e sono in contatto con gli indios dell'Amazzonia. Le linee del tempo finiscono per ingarbugliarsi, e così troviamo Nika soldato ed esploratrice in un XIX secolo alternativo di chiara matrice steampunk, mentre William si trova nel futuro a preparare la fuga degli ultimi esseri umani a bordo di un'Arca spaziale.


Lemire si diverte a giocare con le linee temporali e narrative, tanto da dare loro una fisicità precisa nella distribuzione delle vignette sulla pagina: ci si trova infatti a girare e rigirare l'albo per seguire le storie separate dei due protagonisti.

 

Quello che mi piace di Trillium è che riesce a unire il racconto intimo di due persone che si incontrano e scoprono di completarsi a vicenda, con il dramma dell'umanità in via d'estinzione.


lunedì 8 giugno 2015

La notte dei Morlock


Possiamo dire che è tutto cominciato con un editore inglese che chiede a tre scrittori, K. W. Jeter, Tim Powers e Ray Nelson, di scrivere una serie di libri con protagonista un Re Artù che si reincarna di epoca in epoca ogni volta che l'Impero Britannico è in pericolo. Il buon Jeter, che fino a quel momento aveva scritto due romanzi di fantascienza, reclama per sé l'epoca vittoriana, e scrive quello che è considerato uno dei capostipiti del genere steampunk, La Notte dei Morlock.

Non accontentandosi di poter usare Re Artù, il buon Jeter mette le mani anche sulla Macchina del Tempo di H. G. Wells, immaginando una Londra del 1892 sotto le cui fondamenta i Morlock preparano l'invasione del nostro mondo. Queste orribili creature si sono infatti impossessate della Macchina del Tempo e vogliono imporre il loro dominio anche nel passato. Il continuo andare su e giù per il tempo provoca degli sconvolgimenti cosmici degni del Dottor Who, per cui Mago Merlino, creature immortale circondata dal mistero, decide di far scendere in campo Re Artù. Per far ciò si fa aiutare da un inglese, Edwin Hocker, dalla guerriera del futuro Tafe e da Thomas Clagger, un avventuriero delle fogne londinesi.

A Edwin Hocker tocca quindi salvare la reincarnazione di Re Artù dalle mani di Merdenne, l'alter-ego cattivo di Merlino. Solo Artù con la sua spada magica può salvare l'Inghilterra (e quindi il resto del mondo):

"King Arthur is reborn every generation in time to intercede against the direst threat facing the cherished Christian and human ideals that are embodied in England more than any other place." Ovviamente.

Il Re però è stanco: "I'm called to defend my England once more – but why? ... Did I live and die all those times so that a few children of England could grow fat while the many sweat out their drab lives in the dark holes of the cities? ... And beyond our shores, ... Did I defend England so that other lands could be made to suffer our will, their people ground beneath our heel for our profit? Oh, how tarnished our English honour has become! How strong the armour that covers a rotted heart!"

Seguono avventure, colpi di scena, viaggi nel tempo, battaglie, Excalibur, scenari apocalittici, magie e Atlantide: non ci si fa mancare niente. Come è giusto che sia.

Non compaiono strani marchingegni steampunk, solamente un sottomarino costruito all'epoca di Atlantide che si muove nel nero mare presente nel sottosuolo di Londra. C'è anche la vera e propria macchina del tempo, ma non sembra che l'autore ci ponga molta attenzione. Nel romanzo invece c'è tanta magia (beh con Merlino di mezzo non poteva essere altrimenti), tanto che a leggerlo adesso qualcuno stenterebbe a classificarlo come steampunk.

Non noi, che sappiamo quanto il concetto di genere letterario sia arbitrario!

mercoledì 20 maggio 2015

New Camelot - Capitolo 1



Fata Mysella era distesa su una lastra di granito. Sentiva il freddo della pietra entrarle nel corpo indolenzito. Con le dita accompagnava i contorni delle lettere incise sulla lastra.
Aprì gli occhi. Nella fiocca luce distinse sul soffitto un affresco sbiadito. Anime tormentate dalle fiamme dell'inferno e sorvegliate da demoni. In un angolo, un grosso demonio inseguiva un'anima fuggitiva. Le sembrò che qualcuno avesse aggiunto un paio d'ali all'anima in fuga.
Si alzò a sedere e scrollò le ali. Si trovava all'interno di una piccola cappella. La lastra sulla quale si trovava era il coperchio di una vecchia tomba. Un po' di luce filtrava tra le assi di legno che coprivano le finestre.
Lasciò la stanza e si diresse per un lungo corridoio, sul quale si affacciavano altri loculi e altre cappelle. Alcune tombe erano state scoperchiate. Sul pavimento, bottiglie rotte e preservativi usati. Bestemmie e disegni osceni coprivano gli affreschi sulle pareti.
Porco Cernunno.
Due scheletri che scopavano.
Voi Vittu.
La Regina di Cuori che succhiava l'uccello a un minotauro.
Satana c'è.
Un unicorno con un vibratore al posto del corno, intento a sodomizzare un elfo, mentre i Piccoli Omini Grigi guardavano la scena masturbandosi.
Aveva pagato così poco per quel transito illegale che non poteva pretendere di arrivare direttamente in un albergo a cinque stelle. Pazienza, in vita sua aveva visto di peggio.
Raggiunse l'uscita, una porta scardinata che dava su un piccolo cortile. Gli altri edifici che si affacciavano sul cortile erano formati da grosse pietre irregolari mentre le finestre erano occhi neri che la fissavano indifferenti. Altre usci davano su ambienti oscuri. Il cielo era un grigio soffitto posto a un centinaio di metri di altezza. Migliaia di cristalli, incastonati in quel grigio uniforme, illuminavano a giorno l'intero livello, ognuno un piccolo sole in miniatura.
In lontananza, riconobbe il Castello di Re Artù, che si alzava fino a fondersi con il soffitto. Vide anche uno dei Sacri Piloni, una nera torre sulla quale brillavano le rune. Anch'essa si alzava fino a incontrare il soffitto. Mysella provò a immaginarsi quella torre salire attraverso tutti i livelli fino a svettare nel vero cielo azzurro.

Abbandonò il cortile e percorse una stretta strada acciottolata che strisciava tra i vecchi edifici. In giro non c'era nessuno.
Fata Mysella sapeva di trovarsi da qualche parte nel primo livello, ma non sapeva dove. Probabilmente quella era una zona residenziale convertita in necropoli quando gli abitanti si erano trasferiti ai livelli superiori.
Camminava vicino al muro, pronta a saltare dentro a una finestra o a una porta per nascondersi. Iniziò a sentire odore di carne putrefatta. Lo sentiva ovunque andasse, nei vicoli abbandonati di quella necropoli. Se si fermava, l'odore cresceva.
Si voltò lungo la via deserta.
Vieni fuori.
Non successe nulla.
Ti do la mia parola di fata che non ti farò del male.
Da una porta uscì un nuppepo, una tozza massa di carne putrefatta che camminava usando le mani e i piedi. Nella massa di carne si distinguevano i contorni deformati di un viso, sul quale spiccavano due rotondi occhi azzurri.
Mi stavi seguendo?
La creatura di carne annuì, nei limiti del possibile.
Fai la guardia per conto di qualcuno?
La creatura di carne fece cenno di no.
Smettila di seguirmi.
La creatura di carne annuì.
Rimasero a fissarsi finché il nuppepo non si voltò rassegnato e si allontanò zampettando lungo la via.

Fata Mysella continuò a girovagare per la necropoli, finché, giunta a un incrocio, sentì del rumore alle sue spalle. Zoccoli sbattuti sull'acciottolato.
«Ma cosa abbiamo qui?», chiese una voce rocca alla sua destra.
Erano due fauni, lunghe corna, braccia muscolose, gambe caprine e due lunghi battacchi in erezione. Quello alla sua destra teneva in mano una bottiglia di Glingue.
«Mi sono persa», disse calma Fata Mysella, «potreste cortesemente darmi una mano a raggiungere il secondo livello?»
«Ci ha chiesto un mano», disse il fauno alla sua sinistra.
«Gliela potremmo dare», disse il fauno alla sua destra.
«Potremmo anche darle qualcos'altro», disse il fauno alla sua sinistra, afferrandosi il pene.
«Ho sentito dire che le fate sono diverse, in mezzo alle gambe.»
«Scopriamolo.»
La fata iniziò ad agitare le ali e alzarsi in volo. I due fauni le furono addosso, le afferrarono le gambe e la tirarono giù. Mentre uno le teneva le spalle inchiodate al suolo, l'altro cercò di aprirle le gambe.
«No! Vi prego!», urlò terrorizzata. Poi scoppiò a ridere. Qualcosa nel suono di quella risata bloccò i due fauni.
«No, sul serio», chiese la Fata, questa volta con tono serio, «vogliamo scherzare?»

Nessuno sentì i fauni urlare. E anche se qualcuno li sentì, fece finta di niente. Nessuno udì lo strappare delle membra. E anche se qualcuno lo sentì, fece finta di niente. Nessuno vide i loro arti roteare sopra i tetti degli edifici, il sangue che disegnava parabole. E anche se qualcuno li vide, fece finta di niente. Nessuno vide i quattro bulbi oculari rotolare giù per la stradina fino alla piazza e fermarsi contro la vera di un pozzo. E anche se qualcuno li vide, fece finta di niente.
Nessuno, infine, vide Fata Mysella raggiungere tranquilla la piazza, i capelli perfettamente pettinati, il vestito immacolato e uno strano sorriso sulla faccia. E se anche qualcuno vide quel sorriso, si cagò addosso.

Passò dalla necropoli alla zona residenziale senza accorgersene. Bambini nudi giocavano nel fango sotto gli occhi di una donna intenta a cucire. Nel portone di una casa, un elfo giaceva disteso, la siringa attaccata al braccio. Villette e piccoli palazzi fortificati iniziarono a sostituire le vecchie case. Nani e goblin, stravaccati su sgabelli davanti ai portoni, fissarono truci il passaggio della fata.
Comparvero chiese e templi. Voltò un angolo e si trovò in una delle piazze principali del primo livello, in mezzo al mercato più chiassoso del multiverso. Fu assalita dagli odori dei cibi e dei sudori e degli aliti.
Le bancarelle offrivano oggetti magici, veri e falsi, rubati, rinvenuti e comprati dai mercanti di tutte le razze. Un elfo vendeva amuleti magici che garantivano fortuna, salute, amore, sesso e Like su Facebook. Un mago vendeva anelli per catturare, incatenare, e firmare contratti a tempi indeterminato. Su tavoli facevano bella mostra intrugli, tisane, brodi ribollenti dai quali si alzavano ectoplasmi e miasmi. Un orco vendeva pezzi di ricambio per robot e componenti elettronici a basso costo. Una tenda ospitava televisori a tubo catodico, specchi magici e sfere di cristallo, un labirinto di riflessi nel quale Mysella si perse per un attimo.
La folla di creature scorreva tra le bancarelle. Un troll trainava un carro con scatoloni di televisori. Un cavaliere in cotta di maglia gli faceva da scorta. Monaci camminavano sulle ginocchia sanguinanti, con le persone che gli deridevano o incoraggiavano a seconda del proprio credo religioso.
Trovò la tenda che cercava, all'ingresso erano appesi degli scudi di legno. All'interno, esposte sulle rastrelliere, spade, picche e asce facevano bella mostra di sé. Un vecchio elfo la accolse sorridente.
- Buongiorno. Posso aiutarla nella scelta della sua arma?
- Avete armi da taglio molto belle.
- La ringrazio. Belle armi per clienti belle come lei.
Mysella riuscì a produrre un sorriso timido e vanitoso.
- A essere onesta cercavo un arma da fuoco. Qualcosa di potente.
- Noi non trattiamo questo genere di armi. La vendita di armi da fuoco è regolamentata dal Consiglio Cittadino.
- Appunto, mi serve un'arma non registrata.
- Quello che chiede non è del tutto legale.
- No.
Tirò fuori un grosso sacchetto. Lo fece tintinnare. L'elfo la studiò per un attimo, poi fece segno di seguirlo in un angolo della tenda coperto da dei drappi. Sul pavimento vi erano delle casse di legno. L'elfo ne aprì una. All'interno, adagiate sul polistirolo, riposavano tre grosse pistole.
- Sono magiche. Provi a vedere con quale si sente meglio.
Mysella afferrò la prima arma, una PPK-12 Gauss dall'impugnatura in avorio e la canna dorata.
- Mollami, stronza! Toccati il tuo di grilletto con quel dito!
Mysella guardò l'elfo.
- Io posso anche vendergliela, ma se quella si rifiuta di sparare, non se la prenda con me.
La fata rimise l'arma al suo posto.
La pistola successiva era un'arma laser color bronzo dalla linea art deco.
- Sei vegetariana? - chiese l'arma appena Mysella allungò la mano.
La fata lanciò un'occhiata interrogativa al negoziante. Quello fece spallucce.
La terza e ultima arma era una Merel modello Hyperion di grosso calibro color rosso scuro. Mysella sentì la pistola fare le fusa nella sua mano.
- Dai ti prego, uccidiamo qualcuno! - miagolò l'arma – Per esempio il negoziante. Cercherà di vendermi al doppio del mio vero prezzo. Uccidilo subito.
- Prendo questa - disse Fata Mysella.
Mercanteggiò sul prezzo e pagò in monete d'oro. Ritornò nella confusione del mercato.

Scivolò in mezzo alla folla, fino a un alto edificio all'altro capo della piazza. Dal tetto dell'edificio partiva una lunga fune d'acciaio che, sostenuta da travi poste sul soffitto, spariva in una galleria che si apriva tra i cristalli luminosi. All'interno, nella sala d'aspetto, seduto su uno sgabello, un elfo leggeva il giornale.
- La teleferica?
- Parte tra dieci minuti.
La cabina arrivò in ritardo. Nella sala d'aspetto si era radunata una grossa folla composta per la maggior parte da uomini e orchi. Fata Mysella fece il viaggio schiacciata tra un grasso orco che puzzava di sudore e un uomo lucertola che le fissò le tette per tutto il tempo. Poco prima di raggiungere il soffitto, si fece largo a suon di spintoni fino al finestrino della cabina. Dall'alto, vide tutto il primo livello: l'antico Castello di Re Artù, le grandi cattedrali e i ricchi templi dedicati a infinite divinità, le fortezze e i palazzi dei nobili e le catapecchie dei poveri. Su tutto torreggiavano i Sacri Piloni.
Quando raggiunsero la galleria tutto si fece buio, sentì qualcuno toccarle il sedere e mollò una gomitata. Un lamento salì oltre il brusio della folla. Quando la cabina uscì dalla galleria e la luce delle lampade a gas del secondo livello illuminò la cabina, attorno alla fata si era creato uno spazio vuoto.