giovedì 20 agosto 2026

Dune: una genesi alternativa

La storia la conosciamo più o meno tutti. Frank Herbert, nel 1953, seguendo come giornalista i lavori per contenere le dune presso Florence, Oregon, ebbe l'idea di un pianeta deserto e del suo popolo. Idea che diventerà il romanzo Dune e una delle saghe di fantascienza più famose.

Mentre non abbiamo dubbi sulla verità di questa storia, merita approfondire la vita e le altre opere dell'autore per avere un'idea più precisa, realistica, e completa della genesi di quella che è una delle maggiori opere di fantascienza letteraria e ora un fenomeno cinematografico e televisivo. Questa indagine è debitrice dell’articolo di Daniel Immerwahr pubblicato nel 2022 "The quileute dune: Frank herbert, indigeneity, and empire."

Da ragazzino Frank Herbert era sempre stato affascinato da regioni remote e selvagge, tanto da passare molto tempo in campeggio a pescare. Durante una di queste gite fece amicizia con un tizio chiamato "Henry l'Indiano", appartenente alla tribù dei Quileute, nativi della regione successivamente nota come “Stato di Washington”. Il popolo Quileute oggi conta meno di un migliaio di persone, dopo decenni di maltrattamenti da parte dei colonizzatori, alcolismo e la devastazione del loro territorio da parte dell’industria boschiva.

Si narra che Henry l'Indiano si prese a cuore il giovane Herbert e gli insegnò "i modi del suo popolo". Storiella affascinante, ma che raccontata col senno del poi (e di un romanzo come Dune alle spalle) sfiora la fiaba.

L'incontro, comunque sia andato, ebbe un certo effetto positivo su Herbert. Agli inizi degli anni '50 era uno dei pochi giornalisti che si scagliava contro il maltrattamento dei nativi americani nelle riserve.

Negli anni '50 Frank Herbert ha lavorato come "speechwriter" per il politico Guy Cordon. Questi era un senatore dell'Oregon talmente conservatore da far sembrare Richard Nixon un comunista.

Guy Cordon faceva gli interessi dell'industria boschiva statunitense, e lo faceva talmente bene da far bloccare la costruzione di dighe nel suo stato, spacciandole per una minaccia comunista. In realtà temeva che la costruzione di dighe fermasse o rallentasse il taglio degli alberi.

Cordon era a capo del Comitato del Senato per gli Affati Interni e Insulari, erede (tra gli altri) del famigerato Comitato per gli Affati Indiani. Questo Comitato si occupava dello sfruttamento delle risorse presenti negli Stati Federati, nelle Tribù dei Nativi Americani e nei Territori, queste ultime colonie prive di sovranità presenti un po' in tutto il mondo.

Frank Herbert sosteneva l'attività del senatore Cordon soprattutto per quanto riguarda le attività estrattive. Scrisse l’articolo "Underwater empire in the continental shelf" dove sosteneva la nascita di un "Impero del Mare" statunitense grazie allo sfruttamento delle risorse sottomarine.

“Il nostro nuovo impero è la piattaforma continentale” scrisse nel suo articolo intitolato “Undersea Riches for Everybody” del 1954.

Applicò l'idea a un romanzo, Dragon of the Seas, dove un sottomarino USA viene mandato a "rubare" sfruttamenti petroliferi sottomarini ad altre nazioni.


Herbert era anche molto amico di Stewart French, consigliere capo del Comitato e di Douglas MacKay, altro politico conservatore, governatore dell'Oregon e segretario dell'Interno sotto Eisenhower, anch'egli impegnato in numerose attività piuttosto discutibili (almeno per la sensibilità odierna) nei confronti dei Nativi e delle risorse naturali del paese.

Come membro dello staff del senatore Cordon, Herbert lavorò sul Outer Continental Shelf Lands Act (1953), che poneva le risorse minerarie sottomarine della piattaforma continentale sotto la giurisdizione del Segretario dell’Interno USA, aprendole quindi allo sfruttamento.

Herbert era in fissa per le Samoa Americane, tanto da cercare in ogni modo di farsi trasferire in quelle colonie statunitensi. Aveva un'idea estremamente romanticizzata di quel luogo. Racconta il figlio che Herbert "Chiamava Samoa 'paradiso' e ci mostrava romantiche fotografie a colori, tratte da libri e riviste, di palme, capanne di paglia e barche a vela (...) Immaginandosi in un remoto villaggio tropicale, mentre scrive capolavori su una macchina da scrivere". Ignorando del tutto le problematiche del popolo locale e il loro trattamento da quando la USA Navy amministrava quei territori.

Il fallimento nell'ottenere il trasferimento lo colpì duramente, tanto che nel 1955 prese la famiglia e si trasferì in Messico. Anche qui si ha l'impressione che le sue avventure siano state un po' romanzate. Si trasferì a Tlalpujahua, un villaggio di minatori, dove si fece passare per guaritore e uomo di scienza. Le storie divulgate in seguito raccontano di come li aiutò a incrementare la produzione agricola e che alla sua partenza gli fecero una grande festa...

Frank Herbert, quindi, era personalmente coinvolto nelle attività di estrazione delle risorse e di sfruttamento coloniale degli Stati Uniti d'America.

La prima versione di Dune, che ci è rimasta solo sotto forma di appunti sparsi riflette il Frank Herbert degli anni '50.

Il protagonista è il dottor Bryce Kynes, che giunge su Arrakis allo scopo di terraformarlo, insegnando alla popolazione locale, i Fremen, a piantare "erbe mutanti" ai margini delle dune. Nonostante lavori con i Fremen, il dottor Kynes si distingue da loro, orgoglioso di "essere uno scienziato per cui le leggende erano solo indizi interessanti di radici culturali." Il dottor Kynes è "uno specialista dei dettagli, una mente come un orario ufficiale." In questo "uomo di scienza", si vede un chiaro riferimento agli ecologi dell'Oregon, e alla versione di sé stesso che Herbert dava del suo soggiorno in Tlalpujahua.

Questo Kynes diventerà Liet Kynes, nativo di Arrakis ma con il padre pianetologo imperiale, e non sopravviverà a metà romanzo. Come detto da Herbert, Liet-Kynes rappresenta l'uomo occidentale che vive fuori ritmo con l'ambiente di Arrakis. Il vero protagonista è Paul Muad'Dib, che mette la scienza in secondo posto governando tramite allucinazioni indotte dalla spezia.

Ma cos'è successo a Herbert per fargli cambiare visione?

Verso la fine degli anni '50 incontra Howard Hansen, nome da nativo cKulell ("gabbiano"), appartenente anch'egli alla tribù Quileute e originario della riserva di La Push. È grazie a cKulell che Frank Herbert assume una cultura e una sensibilità ambientalista. Fu cKulell che parlando dei taglialegna che distruggevano le foreste della riserva e dell'appetito insaziabile dell'Uomo Bianco gli descrisse una Terra del futuro ridotta a un deserto, un'Unica Grande Duna. Herbert scelse Dune come nome del pianeta e titolo del romanzo perché gli ricordava Doom, il destino nefasto che certe politiche avrebbero portato al pianeta.

Fino a quel momento Herbert aveva lavorato per un senatore favorevole al disboscamento, aveva sostenuto la perforazione petrolifera offshore, e poi aveva trovato lavoro in un'azienda di legname a Tacoma: non è proprio il curriculum che ci si aspetterebbe dallo scrittore di un romanzo ecologista.

L'ambientalismo di Dune, come riporta il figlio di Herbert, Brian, era "basato... in parte" sulle discussioni che Frank Herbert aveva "con il suo migliore amico, Howard Hansen." Hansen stesso riteneva di aver contribuito con molte delle idee del romanzo, come ricorda sua moglie, Joanne Hansen: "Hanno esplorato l'idea di Dune, un pianeta senza acqua. Ne hanno parlato molto."

I Quileute come i Fremen. E qui è importante far notare che il vero interesse di Herbert non sarebbe mai stato quindi un Terzo Mondo che vuole ottenere l'indipendenza dall'Occidente imitandone le istituzioni democratiche (nel male più che nel bene). Herbert era un acceso anticomunista e vedeva nei movimenti di indipendenza delle colonie degli anni '50 e '60 lo zampino della Russia e l'avanzata dei Rossi. Per Herbert la speranza era nelle comunità indipendenti di aborigeni e nativi che vivevano al di fuori del paradigma occidentale.

Dopo Dune e Dune Messiah, Frank Herbert ebbe abbastanza solidità economica da scrivere quello che veramente gli interessava: Soul Catcher, ovvero un resoconto dello scontro tra mondo indiano e mondo occidentale, ambientato nella Olympic Peninsula, abitata dalla tribù Quileute da almeno 9000 anni. Chiese anche dei fondi statali per un lavoro di ricerca e di raccolta degli usi e costumi di quel popolo. Fondo che gli fu negato, ma che non gli impedì di raccogliere comunque molto materiale.

Non è finita, perché i Quileute hanno ispirato un'altra saga letteraria di genere fantastico, anch'essa trasposta cinematograficamente con grande success.

La scrittrice Stephenie Meyer, dovendo scegliere dove ambientare il suo romanzo di vampiri, fece una ricerca su Google e trovò che la città di Fork, WA, era il luogo con il più alto tasso di precipitazioni di tutti gli Stati Uniti, e decise di ambientare lì la sua storia. Il romanzo Twilight è diventato un grosso successo e la saga è continuata con New Moon, Eclipse, e Breaking Dawn. Fork si trova a meno di mezz'ora di macchina da La Push, la riserva Quileute nella Olympic Peninsula. Nei romanzi della saga il personaggio di Jacob appartiene a questa tribù, e ovviamente basandosi con molta fantasia su leggende locali, è una tribù di lupi mannari, continuando vecchi stereotipi dei nativi come bestiali, primitivi ed esotici.


Oggi i Quileute sono poche centinaia, la loro lingua non si parla quasi più e il territorio di La Push sta subendo gli effetti negativi della deforestazione. Forse avrete visto la foto dell'enorme tronco di legno spiaggiato: la spiaggia di La Push è bombardata nei giorni di tempesta da questi enormi tronchi che smantellano l'ecosistema della costa.


In più la deforestazione tra inaridendo quello che era uno dei territori più umidi del nord-ovest americano. cKulell è venuto a mancare nel 2018, e ci ha lasciato il libro Twilight on the Thunderbird, dove raccoglie le ultime testimonianze della cultura del suo popolo.


FONTI

Megan Black, The Global Interior: Mineral Frontiers and American Power (Harvard University Press, 2018)

Howard Hansen, Twilight on the Thunderbird: A Memoir of Quileute Indian Life (Howard Hansen, 2018)

Brian Herbert, Dreamer of Dune: The Biography of Frank Herbert (Tor, 2003)

Frank Herbert, Dragon in the Sea (Doubleday, 1956)

Frank Herbert, The Maker of Dune: Insights of a Master of Science Fiction, ed. Tim O’Reilly (Berkley Books,1987)

Frank Herbert, Soul Catcher (Berkley Books, 1972)

Immerwahr, Daniel. "The quileute dune: Frank herbert, indigeneity, and empire." Journal of American Studies 56.2 (2022): 191-216.

Timothy O’Reilly, Frank Herbert (Frederick Ungar, 1981)

William F. Touponce, Frank Herbert (Twayne, 1988)

martedì 28 luglio 2026

Longer views

“Discourse says, 'You are.' Rhetoric preserves the freedom to say, 'I am not.”

Longer Views è una raccolta di saggi pubblicata nel 1996.

“Wagner/Artaud: A Play of 19th and 20th Century Critical Fictions” è stato pubblicato per la prima volta in un singolo volume da Ansatz Press nel 1988. Delany mette in relazione i due artisti come drammaturghi e teorici dell'estetica. Il pezzo non segue un ragionamento lineare ma presenta una serie di storie che si intersecano, dove sta al lettore "unire i puntini". Quello che si finisce per fare è vedere l'estetica frammentaria di Artaud in contrasto con il discorso dell'"Alta Arte" come incarnata nelle pratiche teatrali istituzionalizzate da Wagner.

“Reading at Work, and Other Activities Frowned on by Authority—A Reading of Donna Haraway’s ‘Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s’” risale al 1985 ed è un commento al testo di Haraway. Partendo dal concetto di Haraway del "cyborg come metafora" Delany arriva a quello della "metafora come cyborg": come un cyborg è in continua tensione tra la sua parte organica e quella metallica, così la metafora è in tensione tra la sua equazione logica (A come B) e la sua parte poetica che ha radici psicologiche. Entrambi, cyborg e metafora, possono rompere rigide divisioni.

“Aversion/Perversion/Diversion” è la trascrizione del discorso tenuto da Delany il 1o Novembre 1991 alla quinta "Lesbian and Gay Conference on Gay Studies" della Rutgers University. Consiste in una serie di aneddoti personali sulle esperienze queer di cui è stato testimone e protagonista, che sfatano diversi miti sulla sessualità. Per Delany qualsiasi discorso, anche e soprattutto sulla sessualità, necessita di una profonda e sofisticata comprensione storica, per evitare pregiudizi e semplificazioni.

“Shadow and Ash” (considerato dall'autore il testo più rilevante) prosegue il discorso del saggio precedente, aggiungendo note filosofiche personali e aneddoti reali e inventati. Utilizza una struttura a frammenti simile a un collage per esplorare il linguaggio, la poesia, i cliché della fantascienza e come avviene la costruzione di significato e ordine - in un testo come in una società.

"Atlantic Rose... Some Notes on Hart Crane" è uno studio della vita e dell'opera del poeta Hart Crane e in particolar modo della sua opera The Bridge. È la controparte teorica della storia in Atlantis: Model 1924, dove si immaginava un incontro tra suo padre e il poeta sul Ponte di Brooklin. È una meditazione su linguaggio, significato e identità: in particolare come l'omosessualità del poeta abbia influenzato la creazione, lettura e interpretazione delle sue opere.

L'Appendice intitolata Shadows è un articolo apparso in due parti sulla rivista Foundation (numeri 6 e 7/8 di maggio 1974 e novembre 1975 risp.). L'articolo nasce come risposta alla richiesta di un pezzo che descriva la formazione di uno scrittore di fantascienza. Ben presto il testo diventa una esplorazione dela relazione problematica tra modello e contesto attraverso aneddoti personali, finzioni speculative, aforismi e meditazioni critiche sulle opere di Wittgenstein, Quine e Chomsky. Possiamo trovare qui una precoce articolazione del problema della "risoluzione empirica" che fornisce l'"arco" epistemologico per l'intero Ritorno a Nevèrÿon.

lunedì 27 luglio 2026

Il proemio: come un incipit racconta già tutta un’opera

Su FantasyMagazine.it un mio articolo sui proemi:

"Dall’Iliade all’Orlando Furioso, il proemio anticipa temi, tono e poetica dell’opera. Un viaggio tra invocazioni, Muse, innamoramenti e rivoluzioni narrative che mostra come l’incipit possa essere un vero microcosmo del testo."



martedì 21 luglio 2026

Di alieni, androidi e corporations

Vi segnalo che nell'ultimo numero della rivista Robot potete trovare un mio articolo dove esamino la saga di Alien dal punto di vista Marxista-sindacalista: "Di alieni, androidi e corporations"

Perché l'Alieno non è solo lo xenomorfo...

giovedì 16 luglio 2026

The Jinn-Bot of Shantiport

The Jinn-Bot of Shantiport è un romanzo di Samit Basu, scrittore, regista e sceneggiatore indiano.

Il romanzo è arrivato finalista ai premi Locus, Dragon e Goodreads Choice nel 2024.

La storia è ambientata in un lontano futuro su un pianeta colonizzato dagli esseri umani, nella città di Shantiport.

Shantiport è una grande città che sta venendo lentamente inghiottita dal suo fiume, il meglio è ormai nel suo passato, con aristocrazia, mafiosi e gente comune che si dividono le ultime ricchezze e le ultime glorie.

È un luogo dove chiunque è posto sotto continua sorveglianza tramite cimici e microdroni, e la privacy è uno status quo.

I protagonisti sono Lina, umana, e Bador, scimmia robot, sorella e fratello provenienti da una famiglia vittima, una decina di anni prima, di un cambio di regime. Il loro padre si era unito alla ribellione ed era stato fatto sparire quando il Clan Tigre aveva preso il potere. La famiglia vive da reietta sociale, la madre Zohra agli arresti domiciliari e i fratelli sotto scrutinio da parte delle Tigri, una via di mezzo tra un partito politico e un'organizzazione mafiosa.

Bador è un bot, costruito dai genitori di Lina, e viene trattato come membro della famiglia a tutti gli effetti. I robot infatti vivono a Shantiport e, sebbene non abbiano gli stessi diritti degli esseri umani, sono spesso trattati alla pari. Bador però è ossessionato dai diritti dei bot, sperando in "A world where bots and intelligences aren’t just treated as people by humans who are nice, but guaranteed equals in a society by law."

La storia è una retelling fantascientifico della fiaba della Lampada di Aladino, attingendo da mito, fiabe e alta tecnologia. Lina e Bador trovano uno jinn-bot alieno capace di realizzare ogni desiderio. Lo jinn-bot funziona come un software e nella migliore tradizione cerca sempre di ingannare il suo utente. Garantisce solo tre desideri perché è la versione "free trial period" per utenti non registrati. Lina e Zohra discutono su come utilizzare questa tecnologia. Dice Lina: "You want to use him [the jinn-bot] for small bursts of advantage, not disturbing the overall equilibrium, or drawing too much attention…we should use the jinn to solve the problems we are unable to solve ourselves, systemic problems, multigenerational problems, worldwide problems that somehow humans have bene unable to solve for millennia”

Il romanzo solleva una serie di domande, dibattuta tra I suoi personaggi: cos'è meglio per migliorare il mondo, una rivoluzione radicale o piccoli cambiamenti costanti? Cosa fare se l'unica cosa che si può migliorare è la propria situazione personale e non l'intera comunità? Come accettare e giustificare le conseguenze negative dei propri cambiamenti? Come trovare un equilibrio tra un governo democraticamente eletto e uno composto solo da esperti?

lunedì 22 giugno 2026

Buon compleanno Quake


Nel giorno del suo trentesimo compleanno, Quake viene raccontato come il gioco che trasformò un progetto incerto in un capolavoro degli sparatutto, segnando la svolta tecnica e creativa di id Software e lasciando un’eredità che va dal multiplayer al modding, fino all’immaginario lovecraftiano che lo rende ancora oggi unico.

giovedì 18 giugno 2026

Le misteriose incisioni in Calle del Ghetto, Muggia

Muggia è una piccola cittadina a sud di Trieste, al confine con la Slovenia.

Le suo origini risalgono a un antico castelliere costruito nel VIII-VII secolo a.C. I romani conquistarono il territorio nel 178 a.C. e vi costruirono un insediamento, Castrum Muglae. Nel 1420 Muggia divenne parte della Repubblica di Venezia.

Una casa di Muggia presenta un mistero che nessuno è riuscito a risolvere.

Sulla parete esterna c'è una scacchiera di iscrizioni, con 63 pietre, disposte su 8 righe, incise con vari simboli: una seppia, un levriero, un cervo, un polpo, un centauro, figure umane in varie pose, un cavaliere a cavallo, un drago che affronta un serpente, una croce, una torre circondata da mura, uno scudo che ricorda la moderna bandiera croata, il leone di San Marco e una coppa affiancata da animali e motivi floreali.



(immagini e foto di Alessandro Mlach)

É presente una scritta che fa riferimento al mese di Marzo o Maggio (al mese de mazo) del 1429. Le incisioni sono state scoperte nel 1939 rimuovendo l'intonaco durante lavori sulla facciata dell'edificio.

Sono state fatte diverse ipotesi, nessuna risolutiva.

L'edificio si trova in Calle del Ghetto, e il riferimento al Ghetto ha fatto pensare a un'associazione con un'eventuale comunità ebraica là presente. Sull'edificio del comune di Muggia in effetti c'è una targa che recita

QUI DUCE IUDAEOS VENETO MIGRARE SENATU
PRAETOR ET OMNE PROCUL IUSSIT ABIRE NEFAS
HAEC BONDUMERUS NOBIS MONUMENTA RELIQUIT
ANDREAS MERITIS CLARIOR IPSE SUIS
ANNO DNI MDXXXII

Che si può tradurre come: Andreas Bondumerus, il pretore [sindaco], che su richiesta del Senato veneziano aveva cacciato gli ebrei e rimosso ogni viltà, e che per i suoi meriti è ancora più famoso, ci ha lasciato questo monumento. Nell'anno del Signore 1532.

Di questa targa ne parla anche Sigmund Freud in una delle sue lettere. Purtroppo quando Freud visitò Muggia le iscrizioni erano ancora coperte. Chissà cosa ne avrebbe pensato.

Le cronache del 1556 fanno riferimento a un ebreo chiamato Gioseffo da Muggia, la cui moglie si ammalò di peste a Capodistria.

L'associazione però non regge, perché quei simboli non sono solitamente associati all'Ebraismo e non mi risulta che siano mai stati usati su case di altri ghetti.

Potrebbero essere dei simboli araldici, ma non si ha notizia di famiglie nobili con questi simboli nell'area. Sarebbe da chiedersi come mai si trovano tutti sulla stessa facciata: potrebbe essere stato un edificio pubblico e quelle famiglie I finanziatori dell'opera. Peccato che, come detto, non risultano famiglie con quei simboli araldici (a parte lo scudo con scacchiera e la torre circondata da un muro) e l'edificio non mi risulta che avesse alcuna funzione pubblica.

Potrebbe essere che le pietre decorate appartenessero a un altro edificio, e siano stato riutilizzate per costruire l'attuale casa in Calle del Ghetto. Simili incisioni di solito provengono da edifici importanti quali chiese o castelli. In effetti nel periodo 1300/1400 ci furono diversi lavori di costruzione e ricostruzione di mura, torri e fortificazioni, mentre il nucleo originario di Muggia Vecchia andava perdendo importanza e veniva pian piano abbandonato. Che le pietre misteriose provengano da qualche fortificazione del vecchio Castrum Muglae?

Di solito in questi casi si va a vedere simboli simili che si trovano nella stessa area.

Il carso sloveno ha una lunga tradizione di simboli incisi sulle opere in pietra, tradizione che è continuata fino a inizio del 1900. Ivan Pertot, nel suo libro Kamnita dediščina Krasa, fornisce una lista di tali simboli con il loro possibile significato.

Il fiore a sei petali è un simbolo antichissimo presente in tutta Europa. Secondo antiche tradizioni slave, questo simbolo è associato al dio Kresnik, dio delle tempeste, e veniva apposto sulle case per proteggerle dai fulmini. Se invece aveva quattro petali era la Croce di Svetovid, antica divinità slava a quattro teste.

La Stella polare del mattino e della sera era un segno a forma decagonale, composto dall’unione di due stelle a cinque punte, ossia da due stelle polari. Esso rappresenta il pianeta Venere, che appare in cielo come la stella più luminosa del mattino e della sera, soprattutto d'estate, e rappresenta la dea della fecondità.

L'arcolaio era una ruota con incisi numeri o fiori attorcigliati. A seconda delle fonti rappresenta la religiosità della famiglia sulla cui casa veniva inciso o l'augurio a una stirpe longeva.

Spirali venivano incise per far girare la testa agli spiriti cattivi.

Il gallo veniva inciso perché con il suo canto scacciava le tenebre.

La felce aveva usi magici di protezione contro malattie e incendi. Veniva incisa spesso a formare il numero 34 le cui cifre sommate danno il numero magico 7.



(foto di Boris Čok)

Non c'è ovviamente una chiara corrispondenza tra questi simboli e quelli della casa di Calle del Ghetto, a parte il fiore a sei petali.