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lunedì 3 luglio 2017

New Camelot


Trovo sempre difficile parlare di qualcosa che ho creato, per il semplice fatto che preferirei lasciar parlare la mia creazione. Ma per le occasioni speciali si può anche fare un’eccezione. E un’occasione speciale direi proprio che è il primo romanzo pubblicato, vero?

E così, dopo varie traversie, è uscito nella collana Odissea Fantasy della Delos New Camelot, la nuova avventura di Fata Mysella, la fata più bastarda del mondo delle fiabe.
In New Camelot Mysella affronta la sfida della vita, in un turbinio di avventure, pericoli e colpi di scena.
Fata Mysella ritorna nella città di New Camelot per rispondere alla richiesta di aiuto di un suo antico amore.
Frank Dosasi l'investigatore-vampiro, deve risolvere il mistero dell'omicidio di un membro della Tavola Rotonda.
I due dovranno unire le loro forze per scoprire gli oscuri intrighi della Compagnia per lo Sfruttamento dei Reami Magici.
Cosa trovate in New Camelot? Misteri da risolvere, satiri stupratori, cyberelfe, golem di impasto per la pizza, fate hacker, arene di gladiatori, bambole assassine, steampunk dieselpunk e cyberpunk (sì, sono riuscito a metterli tutti e tre assieme. Come? Leggete e lo scoprirete…). Sopratutto, trovate Fata Mysella, più cattiva che mai.


Troppe cose vi spaventano? Vi state chiedendo se era proprio necessario usare tutti questi ingredienti? Me lo sono chiesto pure io. Vedete, ho passato trenta anni a leggere, guardare film e telefilm, giocare… sono una vita di impressioni e dettagli che ti si accumula dentro. E New Camelot è stato il contenitore ideale per tutti questi prodotti di reazione.
Che volete, dopotutto sono sempre un ingegnere chimico.

Avevo iniziato New Camelot nell'autunno del 2014. Avevo scritto l’ultimo capitolo nella primavera del 2016: lo so, non sono di quelli che sfornano un capolavoro al mese, ma ero alla mia prima opera lunga e avevo bisogno di prendere le lunghezze e i tempi. Prometto che il prossimo lo scriverò in meno tempo.

Sarebbe dovuto uscire con la compianta Casa Editrice Imperium di Diego Bortolozzo, ma purtroppo visto la chiusura dell’iniziativa New Camelot è rimasto un po’ nel limbo prima di trovare una collocazione (spero) definitiva.

Sono d’obbligo i ringraziamenti. Non sono bravo a farli, mi emoziono, mi blocco: sarò breve e so che non tributo a ciascuno gli onori che meriterebbe per davvero.

Ringrazio quindi:

Cristina Donati e Emanuele Manco di Fantasy Magazine perché è grazie loro che è stato pubblicato il primo racconto di Fata Mysella, Prince Charming, Inc.
Alessandro Forlani per i suoi insegnamenti e per le interessanti chiacchierate sulla scrittura.
Diego Bortolozzo e Paola Zagato per l'opportunità che mi hanno dato di pubblicare le avventure di Fata Mysella.
Ringrazio nuovamente Diego e Emanuele per il lavoro svolto sul romanzo.
Ringrazio tutte le Fate che ho incontrato nella mia vita, per quello che mi hanno dato e per quello che mi hanno tolto.
Ringrazio infine Fata Mysella, che mi ha raccontato le sue avventure e mi ha costretto a metterle per iscritto.

Potete acquistare New Camelot su Delos StoreAmazoniTunes e Kobo Store.

giovedì 30 gennaio 2014

Operazione Tifone: mini recensione


Nelle fredde e desolate notti invernali finlandesi non resta molto da fare se non leggere. O bere birra. Questa sera ho scelto la lettura: Operazione Tifone di Diego Bortolozzo.


Il racconto è ambientato durante una Seconda Guerra Mondiale alternativa, dove le armi e i mezzi delle truppe sono alimentati da caldaie a vapore. Si seguono le vicende del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, durante la campagna di Russia prima e in Germania poi. Von Stauffenberg, torturato dalle SS per aver fallito la conquista della Russia, decide di organizzare un attentato contro il Fuhrer.

Von Stauffenberg è un personaggio realmente esistito, era la mente dietro l’Operazione Valchiria che avrebbe dovuto eliminare Hitler nel 1944. È quello interpretato da Tom Cruise nel film Operazione Valchiria, per intenderci.

È quel von Stauffenberg che gli sceneggiatori del film hanno dovuto ridimensionare, perché se avessero riportato fedelmente quanto tosto era, gli spettatori non avrebbero preso seriamente il personaggio. Non è quindi uno facile da gestire.

E forse la pecca maggiore del racconto sta nel non essere entrati nel vivo di un simile personaggio e nell’averlo sfruttato appieno.

Quello che invece si apprezza molto del racconto è la narrazione degli scontri, che son ben inquadrati sia a livello di truppa sia negli esiti generali della guerra. Il Bortolozzo passa con disinvoltura dalla narrazione delle gesta dei singoli soldati al quadro generale internazionale, mantenendo sempre alto l’interesse.

Giudizio: buono, ma avrebbe meritato una lunghezza e un approfondimento maggiore.

martedì 22 ottobre 2013

L'evoluzione del design delle astronavi nella fantascienza - Da Verne alla Seconda Guerra Mondiale


Iniziamo oggi una serie di post riguardanti l'evoluzione del design delle astronavi nella storia della fantascienza, con particolare interesse per quelle apparse in film e in telefilm, ma senza tralasciare altre fonti interessanti quali le copertine delle riviste e dei libri.

Immagine del Columbiad, di Henri de Montaut
 Per rappresentare il volo nello spazio ci si è sempre basati su quanto è meglio conosciuto e del quale si ha già esperienza, ovvero, per XIX secolo, l'artiglieria, il viaggio in treno e quello in nave a vapore. Il Columbiad di Verne (De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes, 1865) è un proiettile, ma il suo interno ricorda una carrozza di lusso; non è poi una coincidenza se Georges Méliès nel 1904 mette i protagonisti del suo Voyage à travers l'impossible a bordo di un treno volante. Una specie di carrozza che naviga tra le stelle risulta anche dalla descrizione delle astronavi in Edison's Conquest of Mars di Garrett P. Serviss del 1898.








Il treno volante da "Voyage à travers l'impossible"

Illustrazione dal racconto di E.A. Poe
Non mancano nell'800 design molto più fantasiosi. Il protagonista di A Voyage to the Moon di Joseph Atterley del 1827 viaggia a bordo di un cubo rivestito di materiale antigravitazionale (anticipando di oltre 150 anni l'estetica del cubo Borg) mentre E.A. Poe, nel suo poco noto The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall (1835) fa volare il suo protagonista a bordo di una mongolfiera dotata di compressore per ricavare aria respirabile dal vuoto dello spazio.






L'astronave Excelsion di Himmelskibet
Il volo dei fratelli Wright del 1903 e il successivo sviluppo del trasporto aereo andò ad influenzare le concezioni dell'epoca riguardanti il modo di viaggiare nello spazio. Non è quindi un caso che l'astronave Excelsior nel film danese del 1918 Himmelskibet (diretto da Holger-Madsen) sia poco più di un aeroplano, con tanto di doppie ali sovrapposte e alettoni.





Il design che comunque si andò affermando nell'immaginario popolare, grazie alle copertine delle riviste di fantascienza e ai serial televisivi, fu il razzo. Il razzo, con le sue scie infiammate, il corpo affusolato e le pinne, è una figura familiare, riconoscibile come terrestre e umana, e con chiari elementi quali gli oblò che ne danno le proporzioni e una forma che ne mette in evidenza la direzione.

Probabilmente il razzo più emblematico di questo periodo è quello che appare in Die Frau im Mond, film del 1929 diretto da Fritz Lang e scritto da Thea Von Harbou (il duo dietro a Metropolis, tanto per intenderci), che si avvalse delle collaborazione degli scienziati missilistici tedeschi Hermann J. Oberth e Willy Ley per i dettagli tecnici. Collaborazione che ha ripagato, visti gli interessanti dettagli messi nella rappresentazione del razzo e del suo volo. È la prima volta in assoluto che appare un conto alla rovescia in preparazione al lancio, artificio introdotto allo scopo di aumentare la suspense e passato poi all'uso tecnico; il razzo è a tre stadi e atterra (giustamente) con la poppa. L'allievo di Oberth e padre della missilistica Wernher von Braun fu un grande fan di questo film, tanto da applicarne il logo sul primo V-2.
Il poster di Die Frau im Mond
Il razzo atterrato sulla Luna
Dettaglio di un razzo V-2 con il simbolo di Die Frau im Mond sopra

A partire dagli anni 30 negli Stati Uniti saranno i serial televisivi di Flash Gordon (1936), Captain Video (1949), Space Patrol (50-54), Tom Corbett, Space Cadet (1952) e Commando Cody: Sky Marshal of the Universe (1953) a nutrire l'immaginario americano con razzi art-déco.

Il razzo di Flash Gordon, dal serial del 1936

L'astronave di Captain Video

Vari razzi in Tom Corbett

L'astronave di Commando Cody


Poi venne la seconda guerra mondiale, e il razzo assunse un nuovo aspetto...

giovedì 12 settembre 2013

La motoruota

Navigando su internet, mi sono imbattuto nella seguente fotografia:



Vista la quale, mi sono ricordato dell'analogo veicolo usato da Ray Steam in Steamboy:



Ho quindi pensato: vivo nel 2013, dov'è la mia motoruota?


L'idea di avere un mezzo di trasporto con una sola ruota, e con il pilota all'interno di essa, venne applicata alle biciclette nella seconda metà del 1800. Nel 1869 il marsigliese Rousseau crea infatti un velivolo costituito sì da due ruote, ma con la minore posta all'interno della maggiore. Non poteva sterzare ma, almeno, era dotata di freni.

Un esemplare della monoruota di Rousseau è visibile al Museo della Bicicletta di Fermo Galbiati a Milano e ne potete vedere una foto qui a sinistra.



Per tutto il resto dell'ottocento verranno proposti numerosi modelli di monoruota a pedali, fino al 1904, anno in cui la ditta piemontese Garavaglia presenta all'Esposizione di Milano la sua motoruota, mossa da un motore a quattro tempi (qui a destra).

Tale sistema di locomozione presenta una serie di problemi non banali, ai quali numerosi inventori tentarono di trovare una soluzione negli anni successivi.

Il problema maggiore è il così detto gerbiling (che non va confuso con la pratica sessuale detta gerbilling). Si ha il gerbiling quando, in caso di accelerazione o frenata improvvise, le forze applicate superano la forza di gravità: il pilota si trova quindi a girare all'interno della ruota stessa. Come uno sfortunano criceto. Potete immaginare da soli quanto imbarazzante possa essere la situazione.

Altrettanto critico, ovviamente, risulta sterzare il veicolo, cosa che spesso si ottiene, poco elegantemente, con il pilota che sposta il peso del suo corpo.

Il problema fondamentale delle monoruote è che le tre funzioni base di un veicolo, ovvero spinta, frenata e sterzo, sono fornite tutte dalla stessa superficie di contatto con l'asfalto.

Il modello proposto da D'Harlingue nel 1917 tenta di risolvere questi problemi introducendo dei pattini per evitare il gerbiling e addirittura un'elica aeronautica per sterzare (foto a sinistra). Probabilmente funzionava, anche se penso potesse essere un po' pericoloso per i passanti...

Arriviamo quindi al brevetto del 1922 dell'italiano Davide Cislaghi, poliziotto milanese che a bordo della sua motoruota percorse l'intero tratto Milano-Roma. Apprendiamo da Wikipedia:

"La motoruota esposta era del diametro di 145 cm ed era mossa da un motore a due tempi di 175 cm3 e cambio a tre velocità, dotata di sedile e di manubrio con sole funzioni d'appoggio, dato che le curve venivano eseguite inclinando il motoveicolo."

L'anno successivo Cislaghi si associa con Giuseppe Govetosa, udinese, con i capitali del quale realizza un nuovo modello di motoruota. A questo modello si riferisce la fotografia pubblicata in apertura al post, anche se le fonti consultate dichiarano che il pilota non sia l'inventore italiano ma un suo acquirente. Il nuovo modello possiede un diametro maggiore (170 cm) e un motore a due tempi da 350 cm3.

Nonostante la notorietà del veicolo (la notizia comparve su numerose riviste italiane e internazionali) e il prezzo non eccessivo, la motoruota si rivelò un fallimento commerciale. Non aiutò l'incidente occorso a un parente di Cislaghi a New York, che durante una prova uscì di strada e distrusse il mezzo.

Altri modelli furono proposti negli anni '30, ma presto l'interesse andò scemando, salvo alcuni ritorni di fiamma nelle decadi successive. Le soluzioni a due e quattro ruote, di fatto, presentavano meno problemi e sono state sviluppate fino ai giorni nostri.

Non potevano mancare le applicazioni militari di una simile macchina. Risale al 1918 una copertina della rivista USA The Electrical Experimenter che presenta un'enorme monoruota, chiamata Gyro-Electric Destroyer, da utilizzarsi contro le trincee nemiche. Non sembra essere una cosa molto pratica, e non solo per i già noti problemi, ma anche, mi sembra, per l'oscillazione delle celle di tiro, che di sicuro non aiuta la mira.







Nel 1933 abbiamo un articolo della rivista Popular Science su un tank monoposto e monoruota, mentre nel 1936 la stessa rivista presenta il progetto di un tank a tre posti, inventato da un ingegnere texano, tale A.J. Richardson.




I nazisti, ovviamente, non potevano essere da meno, e realizzarono un vero tank monoruota, anche se il termine monoruota forse non è il più adatto, in quanto le ruote sembrano essere due, poste ai lati dell'abitacolo. Il termine "Ball tank" gli si addice di più. Il tank, che risale al 1945, è in mostra al Museo Militare di Kubinka, in Russia. È dotato di un motore a due tempi monocilindro e possiede una corazza da 5 mm.


Il fascino di un veicolo monoruota deriva dal fatto di avere un design essenziale, ma allo stesso tempo di essere estremamente complicato nella realizzazione. Inoltre rimanda a un tempo passato nel quale si poteva ancora sperare a un'alternativa al dominio dei modelli a due o quattro ruote.

giovedì 5 settembre 2013

The Chronoscope

The Chronoscope è un cortometraggio (20'), diretto da Andrew Legge e con protagonisti Serena Brabazon e Ned Dennehy, vincitore del Best Experimental Film al Rhode Island Film Festival e il Best Short Film Award al decimo Belfast Film Festival.

È un mockumentary (un falso documentario) sulla vita della scienziata irlandese Charlotte Keppel (interpretata dalla Brabazon), che nel 1938 scopre un tipo di radiazione luminosa che viaggia... lentamente.

Nonostante l'incredulità della comunità scientifica, Charlotte riesce a creare il Cronoscopio, un dispositivo che permette di vedere nel passato. La scienziata lo vuole utilizzare per cercare la verità storica del passato, ma le immagini che raccoglie contraddicono spesso la storia “ufficiale”, mettendole contro la Chiesa e i Nazisti, interessati questi ultimi solo a mostrare al mondo la passata gloria del popolo ariano.
 
Questo cortometraggio ha uno stile brillante, e replica in maniera convincente e fedele i documentari e i film degli anni 30, al punto che non è possibile distinguere le autentiche immagini d'archivio dalle riprese moderne; molte immagini d'epoca sono state ritoccate al fine di aggiungere elementi utili alla storia, aumentando così la confusione tra reale e immaginario.

Andrew Legge non è nuovo a questo tipo di operazioni: il suo precedente The Unusual Inventions of Henry Cavendish, la storia di un giovane inventore e della sua macchina del tempo, alternava scene riprese a Dublino nel 1897 con nuovo materiale ripreso con una macchina fotografica russa Krasnogorsk da 16mm.

The Chronoscope è un mockumentario molto interessante in virtù dei suoi numerosi livelli di interpretazione. Parla del ruolo delle donne nella scienza, della responsabilità della scienza stessa verso la società e, infine, della stupidità dei nazionalismi. È un buon esempio di come un'idea fantascientifica possa essere usata in un contesto storico passato per dirci qualcosa sia su quel passato che sul nostro presente.