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giovedì 18 giugno 2026

Le misteriose incisioni in Calle del Ghetto, Muggia

Muggia è una piccola cittadina a sud di Trieste, al confine con la Slovenia.

Le suo origini risalgono a un antico castelliere costruito nel VIII-VII secolo a.C. I romani conquistarono il territorio nel 178 a.C. e vi costruirono un insediamento, Castrum Muglae. Nel 1420 Muggia divenne parte della Repubblica di Venezia.

Una casa di Muggia presenta un mistero che nessuno è riuscito a risolvere.

Sulla parete esterna c'è una scacchiera di iscrizioni, con 63 pietre, disposte su 8 righe, incise con vari simboli: una seppia, un levriero, un cervo, un polpo, un centauro, figure umane in varie pose, un cavaliere a cavallo, un drago che affronta un serpente, una croce, una torre circondata da mura, uno scudo che ricorda la moderna bandiera croata, il leone di San Marco e una coppa affiancata da animali e motivi floreali.



(immagini e foto di Alessandro Mlach)

É presente una scritta che fa riferimento al mese di Marzo o Maggio (al mese de mazo) del 1429. Le incisioni sono state scoperte nel 1939 rimuovendo l'intonaco durante lavori sulla facciata dell'edificio.

Sono state fatte diverse ipotesi, nessuna risolutiva.

L'edificio si trova in Calle del Ghetto, e il riferimento al Ghetto ha fatto pensare a un'associazione con un'eventuale comunità ebraica là presente. Sull'edificio del comune di Muggia in effetti c'è una targa che recita

QUI DUCE IUDAEOS VENETO MIGRARE SENATU
PRAETOR ET OMNE PROCUL IUSSIT ABIRE NEFAS
HAEC BONDUMERUS NOBIS MONUMENTA RELIQUIT
ANDREAS MERITIS CLARIOR IPSE SUIS
ANNO DNI MDXXXII

Che si può tradurre come: Andreas Bondumerus, il pretore [sindaco], che su richiesta del Senato veneziano aveva cacciato gli ebrei e rimosso ogni viltà, e che per i suoi meriti è ancora più famoso, ci ha lasciato questo monumento. Nell'anno del Signore 1532.

Di questa targa ne parla anche Sigmund Freud in una delle sue lettere. Purtroppo quando Freud visitò Muggia le iscrizioni erano ancora coperte. Chissà cosa ne avrebbe pensato.

Le cronache del 1556 fanno riferimento a un ebreo chiamato Gioseffo da Muggia, la cui moglie si ammalò di peste a Capodistria.

L'associazione però non regge, perché quei simboli non sono solitamente associati all'Ebraismo e non mi risulta che siano mai stati usati su case di altri ghetti.

Potrebbero essere dei simboli araldici, ma non si ha notizia di famiglie nobili con questi simboli nell'area. Sarebbe da chiedersi come mai si trovano tutti sulla stessa facciata: potrebbe essere stato un edificio pubblico e quelle famiglie I finanziatori dell'opera. Peccato che, come detto, non risultano famiglie con quei simboli araldici (a parte lo scudo con scacchiera e la torre circondata da un muro) e l'edificio non mi risulta che avesse alcuna funzione pubblica.

Potrebbe essere che le pietre decorate appartenessero a un altro edificio, e siano stato riutilizzate per costruire l'attuale casa in Calle del Ghetto. Simili incisioni di solito provengono da edifici importanti quali chiese o castelli. In effetti nel periodo 1300/1400 ci furono diversi lavori di costruzione e ricostruzione di mura, torri e fortificazioni, mentre il nucleo originario di Muggia Vecchia andava perdendo importanza e veniva pian piano abbandonato. Che le pietre misteriose provengano da qualche fortificazione del vecchio Castrum Muglae?

Di solito in questi casi si va a vedere simboli simili che si trovano nella stessa area.

Il carso sloveno ha una lunga tradizione di simboli incisi sulle opere in pietra, tradizione che è continuata fino a inizio del 1900. Ivan Pertot, nel suo libro Kamnita dediščina Krasa, fornisce una lista di tali simboli con il loro possibile significato.

Il fiore a sei petali è un simbolo antichissimo presente in tutta Europa. Secondo antiche tradizioni slave, questo simbolo è associato al dio Kresnik, dio delle tempeste, e veniva apposto sulle case per proteggerle dai fulmini. Se invece aveva quattro petali era la Croce di Svetovid, antica divinità slava a quattro teste.

La Stella polare del mattino e della sera era un segno a forma decagonale, composto dall’unione di due stelle a cinque punte, ossia da due stelle polari. Esso rappresenta il pianeta Venere, che appare in cielo come la stella più luminosa del mattino e della sera, soprattutto d'estate, e rappresenta la dea della fecondità.

L'arcolaio era una ruota con incisi numeri o fiori attorcigliati. A seconda delle fonti rappresenta la religiosità della famiglia sulla cui casa veniva inciso o l'augurio a una stirpe longeva.

Spirali venivano incise per far girare la testa agli spiriti cattivi.

Il gallo veniva inciso perché con il suo canto scacciava le tenebre.

La felce aveva usi magici di protezione contro malattie e incendi. Veniva incisa spesso a formare il numero 34 le cui cifre sommate danno il numero magico 7.



(foto di Boris Čok)

Non c'è ovviamente una chiara corrispondenza tra questi simboli e quelli della casa di Calle del Ghetto, a parte il fiore a sei petali.

mercoledì 20 maggio 2026

Tour megalitico estivo (2024)

A fine giugno 2024 ho fatto un tour di alcuni siti megalitici in Bretagna. Ecco qua dopo quasi due anni gli appunti di questa mia spedizione.


(1) Menhir di Kerloas

Questo menhir si trova a un'oretta di camino da Plouarzel in Bretagna, in un angolo di terreno isolato dai campi circostanti, su una delle colline più alte della zona (ma non nel punto più alto, per qualche motivo i menhir non sorgono mai nei punti più alti).

Si trova all'intersezione di due valli dove nascono due affluenti dell'Aber-Ildut.

È alto una decina di metri e mi dicono che fosse visibile addirittura dalle navi che solcavano vicino la costa, diventando un punto di riferimento per i naviganti.

Il materiale è granito di Aber-Ildut (la cava più vicina si trova a 2 km), leggermente dosato, e presenta sui due lati opposti delle protuberanze, oggetto di riti di fertilità locali. Le coppie di sposi si strusciavano la pancia (e mi hanno fatto capire che alcune lo fanno ancora) sulle protuberanze per garantirsi figli maschi (o femmine a seconda della protuberanza e di chi lo faceva).

Un vecchio ubriacone al bar di Plouarzel mi ha detto che “ai suoi tempi” le coppie usavano invece baciare le protuberanze. Lo scopo del rito era, per l'uomo, avere figli maschi e per la donna essere padrona della casa



(2) Dolmen de Poulyot

Il Dolmen di Poulyot (nel comune di Porspoder in Bretagna) sorge in mezzo a un campo presso l’omonima fattoria ed è quanto di più semplice ci si può immaginare per questo tipo di megalite: tre pietre che ne sorreggono una quarta.

E i punti di contatto sono proprio ridotti, come potete vedere nelle foto.

I massi sono in granito di Aber-Ildut. I bordi sono arrotondati dall'erosione e suggeriscono che si fossero già staccati naturalmente dal terreno quando furono utilizzati dai costruttori del dolmen.

A 300/400 metri in linea d’aria in direzione SSE si trova anche un menhir (Menhir de Mesdoun)



(3) Menhir de Kergadiou

Questo è il secondo menhir più alto della Francia (il primo è quello di Kerloas che ho visitato come prima tappa).

È alto 8 metri e mezzo, pesa circa 40 tonnellate e si trova su una collina (coltivata a grano) a 63 metri di quota, nel comune di Plourin.

A NE di questo menhir ne sorge un altro, lungo 10 metri, ma incassato nel terreno con un angolo di circa 18°. Non è chiaro se anche questo Menhir sia mai stato eretto ed è poi caduto o se per qualche motivo non siano mai riusciti a sollevarlo in posizione.

Dimensioni, lavorazione (una superficie è stata bocciardata) e tipo di roccia sono simili al menhir di Kerloas e quindi si suppone che siano contemporanei.

Scavi effettuati alla base del menhir non hanno dato esiti.


Il prezioso Le Finistère Monumental, di Louis Le Guennec, riporta la seguente leggenda:

"Una fata della Gran Bretagna, emigrata in Armorica, vi aveva portato, nascosta nel suo grembiule di seta, la superba pietra che ora si erge sulle alture di Kergadiou. Aveva rubato questa pietra a una vecchia strega che, naturalmente, era furiosa per questo furto. Si udì in tutta l'Armorica:
- Ah, il tuo furto non ti gioverà! Spezzerò questa pietra, la polverizzerò!
In preda alla rabbia, strappò un altro immenso blocco che era a portata di mano e, con un solo sforzo, lo scagliò attraverso lo spazio in direzione di Kergadiou. Mancando il bersaglio di qualche decina di metri, il suo proiettile si conficcò nel terreno, come possiamo vedere ancora oggi."


(4) Dolmen et menhir de Kerivoret

È un complesso megalitico presente nel comune di Porspoder, costituito da un dolmen e un menhir e poco lontano altri due menhir.

Si parcheggia alla fine della Route de Prat Joulou dove c’è un ampio magazzino per la manutenzione stradale e si segue il sentiero che parte là accanto verso ovest.

Per primo si incontra il menhir, che è alto 3,5 metri.

Il dolmen si trova a 35 metri di distanza ed è formato da ben 6 pietre, cinque che racchiudono lo spazio e la sesta che fa da tetto. Sono tutte in granito di Aber-Ildut tranne il tetto (granito pegmatitico) e una delle piastre (granito porfiroide).

Al suolo davanti l’ingresso è presente una settima pietra, che avrebbe potuto chiudere la camera (ma chissà se lo ha mai fatto e se era proprio questa la sua funzione).

La camera è sui 4 metri per 1,5 e alta 1 metro e 30.



Sono in una sorta di allineamento astrale: il tenente di vascello Devoir ha scritto nel suo prezioso “L'Armorique, populations et monuments préhistoriques” (del 1899) che il giorno dell’equinozio il menhir copre il sorgere del sole per un osservatore che si trovi dentro il dolmen.

Allineamenti astrali a parte stare dentro un dolmen con un simile masso sopra la testa, immobile da millenni… diciamo che genera nella mia testa una serie non banale di pensieri e impressioni. I dolmen erano tombe, ma i menhir? Perché punteggiare il panorama di massi?

Gli altri due menhir (detti Menhir de Prat Joulou) si trovano verso sudest a un centinaio di metri di distanza, in mezzo a un acquitrino e sommersi dalla vegetazione. Sono meno notevoli: il più alto raggiunge i 2 metri e mezzo e presenta l’unica superficie piatta rivolta verso il dolmen. E si deve essere rotto in fase di erezione, come si vede dalla frattura sul lato opposto e l’inclusione di diverso materiale che è visibile.

Andando ancora più a sudest si trova un ulteriore menhir, detto Menhir de Calès.


(5) Saint-Laurent

Saint-Laurent è una penisola situata sulla costa del comune di Porspoder, in Bretagna.

È collegata alla terraferma da un sottile istmo ai lati del quale si trovano due spiagge, La Grève Blanche (detta plage des Dames) e La Grève des Bateaux (detta plage des Curés). Il parcheggio è presso l’istmo e la penisola è attraversabile a piedi.

La natura è selvaggia e ci sono numerose tane di conigli che si possono vedere saltellare qua e là. Se si è fortunati si possono vedere i pascoli di cavalli da tiro bretoni detti Postiers.

Sulla penisola si trovano: il menhir di Pors an Ilis, i tre menhir di Pors ar Verret, e il dolmen di Beg-ar-Vir.

I menhir di Pors ar Verret appartengono a un cromlech e si trovano presso una formazione naturale di granito da cui potrebbero essere stati estratti. Potrebbe quindi essere i resti di una cava neolitica.

Il dolmen ho stentato a trovarlo, visto che non sapevo essere privo della pietra orizzontale. A un certo punto, sconfitto, mi sono seduto su un grosso masso e… esatto. Mi ero seduto sui suoi resti.

Al centro della penisola ci sono i resti dei forni per la lavorazione delle alghe. Sono delle trincee, il cui fondo e pareti sono rivestiti di pietre piatte, che furono scavate nelle dune più di cento anni fa dai raccoglitori di alghe. Le usavano per bruciare le alghe raccolte ed essiccate, trasformandole in pagnotte di soda. Potevano pesare fino a 50 kg. Queste pagnotte venivano vendute alle fabbriche di iodio che le trasformavano in sali di soda, iodio o potassio.

Dall’estremità ovest della penisola si gode di un ampio panorama dell’Oceano Atlantico, dove si può ammirare il Phare du Four




(6) Alignement de Saint-Denec

Questo allineamento si trova a sud-est di Porspoder e a mezzo chilometro a est del dolmen di Kerivoret che abbiamo visitato un paio di puntate fa. Si trova dentro un appezzamento coltivato all’angolo tra Rue Saint Denec e la Hent ar Feunteun.

È costituito da due menhir eretti e due pietra a terra, che potrebbero o no essere state a loro volta dei menhir.

I due menhir distano circa 10 metri e sono alti poco più di 4 metri. Entrambi sono stati bocciardati nel loro lato sud.

Delle due pietre a terra, una è stata distrutta perché dava fastidio alle operazioni agricole, l’altra, ai piedi del menhir, presenta due sculture erose che rappresentano due asce. La prima ascia è alta 46 cm, il manico è leggermente arcuato e la lama misura 24 cm. La seconda ascia è leggermente più grande (oltre 50 cm ), il manico è dritto e la lama misura oltre 20 cm.

Ho aggiunto alla raccolta di foto un disegno di Jean-Yves André e un'ascia con manico proveniente dal Museo Boucher de Perthes di Abbeville, nella Somme, per confronto.

La lama levigata è incastrata in un fodero di corno di cervo, forato per fissare un lungo manico di legno, qui rotto. Questo strumento universale poteva essere utilizzato per dissodare il terreno, tagliare i tronchi durante la mietitura o tracciare solchi.

Vista l’esperienza precedente, nel 2021, per proteggerla dai macchinari agricoli, il comune di Porspoder ha firmato un contratto di locazione a lungo termine con il proprietario del campo, che ora rende i menhir e la pietra incisa accessibili al pubblico all'interno di un recinto.

Nei campi circostanti si trovano numerosi altri grossi massi al suolo, che fa pensare che forse queste tre pietre facevano parte di qualche sito più esteso.


(7) Carnac

Il complesso di Carnac comprende oltre 3000 pietre disposte in allineamenti, dolmen, menhir e tumuli, eretti nel periodo Neolitico (anche se qualcuno ipotizza addirittura che siano più antichi) indicativamente nel 4500-3300 B.C.

Gli allineamenti di pietre sono quattro, Le Ménec (il più famoso), Kermario, Kerlescan e Le Petit Menec (altri allineamenti si trovano poco lontano, a Kerzerho e a Ste. Barbe). In estate la zona è interdetta al pubblico e vi possono accedere solo visite guidate e le pecore, usate per tenere a bada erbacce e piante infestanti. Tra l’altro anche ai partecipanti ai tour viene chiesto di calpestare più erbacce possibili.

Così ho potuto rendermi utile per tutela un patrimonio culturale mondiale.

A Carnac i menhir sono allineati sull’asse ovest-est per altezza decrescente.

Menec è composto da 11 file di pietre che occupano un’area di 1165x100 metri, con quelli che sembrerebbero essere i resti di due cromlech (cerchi di pietre) alle estremità opposte.

Nel corso dei decenni il sito è stato utilizzato come cava e le pietre sono state usate per costruire case e il vicino faro. Per non dire delle pietre spostate per far passare le strade o liberare i campi coltivati. Molte pietre sono così pesanti che non è stato possibile spostarle, e si sa dei vari tentativi solo perché alcuni massi portano ancora i segni di un fallito trasferimento.

Tra le varie origini e usi di questi allineamenti ho sentito dire che sono:

- soldati pagani trasformati in pietre mentre inseguivano Papa Cornelio
- soldati romani trasformati in pietre da Mago Merlino
- segnali per gli UFO
- osservatori astronomici allineati con vari fenomeni celesti.
- una mappa del cielo.
- ogni generazione piantava una nuova pietra per indicare la presenza della loro famiglia in quel luogo
- percorsi per processioni sacre
- luoghi di incontri per i Druidi (come sostenne La Tour d'Auvergne, che appassionato di Celti immaginava che avessero fatto tutto loro)
- un sensore per i terremoti


Ora, parlando di Menhir a molti verranno in mente Asterix e Obelix. Quest’ultimo, grande e grosso perché è finito da piccolo nella pentola della pozione magica, è un “costruttore” e “trasportatore” di Menhir.

In Obélix et Compagnie (1977), un burocrate romano (modellato sul futuro presidente Jacques Chirac) cerca di convertire i Galli al capitalismo creando un'economia basata sui menhir, cosa che finisce in una bolla e un crollo del mercato.

Si dice che i menhir siano "completamente inutili" e il druido del villaggio Panoramix dice addirittura: "E la cosa divertente è che non sappiamo ancora a cosa servano”.

Il che è più o meno vero: quando arrivarono, i Celti trovarono già i menhir eretti da popolazioni più antiche, e molto probabilmente rappresentarono un mistero anche per loro. Questo non gli impedì di includere i menhir nella loro cultura: i Celti raddrizzavano menhir caduti, li spostavano dove preferivano e tiravano su le loro pietre (molto più curate dei menhir).

Fatto sta che questi antichi costruttori veramente ci tenevano a erigere le loro pietre: sull’isola di Belle-Ile (al largo della Bretagna) ci sono dei megaliti le cui pietre provengono dalla terraferma e che hanno attraversato 30 km di mare.

Concludo il mio tour con dei versi di Cayot Délandre, poeta bretone:

Tout cela eut un sens, et traduisit
Une pensée; mais clé de ce mystère,
Où est elle? et qui pourrait dire aujourd'hui
Si jamais elle se retrouvera?

domenica 1 marzo 2020

Non con leggerezza ma calmi come montagne

Oggi è il Primo Marzo, Festa nazionale nella Corea del Sud. Il giorno è dedicato al movimento d’Indipendenza del popolo coreano contro l’Impero Giapponese, iniziato nel 1919.

Per "festeggiare" l'evento, visto che qua siamo grandi amici dei coreani, voglio condividere con voi un paio di ricordi e qualche foto.

1592. I Giapponesi hanno invaso la Corea, arrivando a mettere a ferro e fuoco la capitale Seoul. L'invasione è arrivata via mare trasportata da una flotta di 400 navi da trasporto.

Come ci ricorda Wikipedia, al momento dell'invasione, le forze navali coreane erano divise in comandi regionali. In preda al panico dopo la caduta di Busan, il Comandante della Flotta di Gyeongsang, Bak Hong, ordinò la distruzione delle sue armi e dei suoi depositi e affondò la sua flotta di 100 navi da guerra senza combattere. Allo stesso modo, dopo la caduta di Dongnae, l'Ammiraglio Won Gyun tentò di ritirare le sue navi presso Hansando, ma scambiò un gruppo di navi da pesca per la flotta giapponese. Distrusse le sue armi e i suoi depositi e fece affondare la sua flotta - proprio una brutta abitudine coreana, non vi pare? Gli rimasero solo quattro navi. Gyun chiese assistenza a Yi Sun-sin, che venne in soccorso con un totale di 85 navi, di cui 24 Panok-son, 15 Hyeop-son e 46 Pojak-son, e si dirige verso l'obiettivo.


Il 17 Giugno, dopo aver ricevuto rinforzi dalle altre province, l'Ammiragli Yi muove verso la flotta giapponese all'ancora presso la baia di Okpo.

Come ordina l'Ammiraglio ai suoi capitani: "Muovetevi non con leggerezza ma calmi come montagne".

Un totale di 91 navi coreane ingaggiano battaglia contro 50 vascelli invasori, distruggendone 26. La battaglia diventa un punto d'orgoglio dei coreani, che da secoli vengono trattati con sufficienza dai giapponesi, che non si sono mai rassegnati a sottometterli. Nel 1996 è stato aperto il Parco Commemorativo della Vittoria Navale di Opko, che ho avuto il piacere di visitate nel corso del mio ultimo viaggio in Corea.

Ho raggiunto il Parco Commemorativo partendo dalla città di Okpo e camminando per un paio d’ore su un bellissimo sentiero che segue la costa della baia.

Il pezzo forte parco è il monumento commemorativo alto 30 metri, circondato da santuari, padiglioni e un piccolo museo. Il santuario raccoglie lo spirito dell’Ammiraglio Yi Sun-sin.

E ho scoperto un interessante collegamento tra questo mio viaggio e il film Parasite di Bong Joon-ho, vincitore di un bel po’ di Oscar. Segue SPOILER, intesi? Quando Choi Yeon-gyo organizza alla fine del film la festa di compleanno del figlio, dà ordine che i tavoli siano disposti attorno alla tenda dove il figlio dorme proprio come le navi dell’Ammiraglio Yi Sun-sin durante la battaglia di Okpo… e visto l’esito della battaglia, forse è un bel caso di foreshadowing.

Il Santuario dell'Ammiraglio Yi Sun-sin

Il Museo

Coreani arrabbiati che attaccano gli invasori

Statua dell'Ammiraglio Yi Sun-sin

Il Monumento

Pagoda d'osservazione

Dettaglio architettonico

venerdì 20 ottobre 2017

Quello che succede mentre sei impegnato a fare altro

Uno non può andarsene via per un paio di settimane che succede di tutto.

Ero in navigazione nell’Oceano Pacifico, tra la California e il Messico, a fare rilievi ambientali a bordo di una nave. Il mio solito hobby.


E cosa succede di bello durante la mia assenza?

Esce Blade Runner 2049, e tutta internet sembra impegnata a recensirlo. Io lo devo ancora vedere: le recensioni che ho sbirciato sono positive, il film sembra essere interessante e sono cautamente ottimista. Anche se mi sono perso l’uscita di questo atteso sequel (ma conto di recuperare nel fine settimana), mi sono rifatto durante il lungo viaggio di ritorno in aereo, grazie all’in-flight entertainment della Lufthansa. Mi sono guardato Abu Shanab, uno spassoso film comico egiziano (che merita il primo posto per la simpatia della protagonista), 大闹天竺(Buddies in India), film cinese ambientato in India e Shock Wave, film action di Hong-Kong: tutta roba che penso non vedremo mai nei cinema Italiani. E che forse è introvabile anche su emule.


                 

Poi è stato annunciato Arabrab di Anubi, di Alessandro Forlani. Ho avuto l’occasione di leggere alcuni dei racconti in anteprima e penso che un appassionato di Sword&Sorcery non può perdersi questa raccolta.
Arabrab è un'assassina devota al Dio dei Morti: sottratta da adolescente a una vita da principessa, gli intrighi e le ipocrisie della corte dei Faraoni, è iniziata alle arti nere da un sacerdote dello Sciacallo. Combatte culti, poteri oscuri, mostri, demoni e nemici dell'Egitto in avventure attraverso il Mediterraneo nella cupa e feroce Età del Bronzo. Dalle Piramidi alla Sardegna a Cnosso, il Lazio pre-romano, le tombe degli Etruschi, le isole del Mar Egeo e le foreste dell'estremo Nord, Arabrab si scontrerà con guerrieri e negromanti, automi, concubine, non-morti ed entità soprannaturali: in un viaggio anche interiore e doloroso nella propria condizione di non più del tutto umana... Un romanzo di sangue e spade, meraviglie e oscurità!
Il buon Zeno Saracini del forum Cronache Bizantine si è laureato: magari la cosa potrebbe non interessarvi, ma almeno adesso avrà (spero) più tempo da dedicare al suo interessante blog. Prima di sparire per motivi universitari è riuscito a tirare fuori ben tre post di notevole spessore uno dietro l’altro: so quanto sia difficile scrivere dei post interessanti e intelligenti (io non ci sono ancora riuscito) ma spero che ritorni a farlo con regolarità. Nel frattempo, complimenti per il risultato!

Mi sono perso lo Stranimondi 2017. Vi avevo partecipato nel 2016 e mi dispiace non esserci andato quest’anno – c’erano diversi interventi che mi interessavano e mi avrebbe fatto piacere incontrare molti dei miei contatti e amici su internet. Inoltre è stato annunciato il racconto vincitore del primo Premio Urania Short: Saltare Avanti di Linda De Santi, alla quale vanno i miei complimenti.

(cliccate per ingrandire)

Ebbene sì, il mio Ascensione Negata si è piazzato al secondo posto.


Scherzi a parte, sono molto felice per il risultato.

mercoledì 9 agosto 2017

Mummie, indemoniate e laghi di montagna

In città fa caldo, troppo caldo: dicono sia l'estate più calda degli ultimi non-so-quanti anni. 38.8°C. All'ombra.

In queste condizioni è difficile anche solo pensare. E quindi si parte per una gita su al nord, in Friuli e in Carnia, per prendere un po' di fresco e magari vedere qualche luogo interessante, in compagnia della mia amata Red Sonia.

(quasi)

Prezioso aiuto per pianificare la gita: La Guida Insolita del Friuli, di Renato Zanolli, piena di notizie e aneddoti interessanti su quelle terre.


La prima tappa è Venzone, dove sono conservate le famose Mummie.
Nel 2017 Venzone ha vinto il premio come comune più bello d'Italia. Non è il primo premio che abbia vinto: nel 1965 è stato nominato "Città Monumento d'Italia" dal Ministero della Pubblica Istruzione, per l'importanza storica, architettonica e culturale. Nel 1976 il borgo è stato devastato dal famigerato terremoto, ma in una decina d'anni è stato ricostruito pietra per pietra.

Non ho fatto foto delle mummie, e tanto meno selfie, perché un minimo di decoro ce l'ho ancora. Vi mostro però un paio di immagini tratte da internet:



Le mummie risalgono al 1300, e sono state scoperte nel 1647 durante alcuni lavori nel Duomo di Venzone. La loro conservazione è dovuta a un fungo (l'Hypha Bombicina Nigra Pers) che ha "il potere di disidratare i corpi nel breve tempo di 12-14 mesi," cito dal Zanolli, "facendo pergamenare la pelle dei corpi sepolti."
Nel 1800 furono estratte una quarantina di mummie, portate poi in giro per il mondo: alcune finirono all'Università di Padova, altre in musei e chiese di Parigi e Vienna.
Al giorno d'oggi cinque mummie sono visibili nel sottosuolo della Cappella di San Michele.


(il Vostro Eroe tra i ruderi della Chiesa di San Giovanni Battista)

(particolare inquietante nel Duomo di Sant'Andrea)

Piccola curiosità: nel 1957 a Venzone furono fatte delle riprese per il film Addio Alle Armi, tratto da Hemingway.

Dopo Venzone la tappa successiva è stata il Lago di Cavazzo, dove il vostro eroe si è potuto godere un relax totale, mettendo i piedoni a mollo nelle acqua ghiacciate del lago e guardando le folaghe.


Visto che si trovava là vicino, abbiamo fatto visita anche al Lago di Verzegnis.


E proprio riguardo Verzegnis, il Zanolli racconta un'interessante storia riguardante le Indemoniate che infestarono quei luoghi nel 1878. Per farla breve, "le ragazze più giovani e più belle (...) diedero segni d'insofferenza, cui facevano seguito attacchi isterici."

Quando la situazione divenne insopportabile, gli abitanti di Verzegnis chiamarono in aiuto, nell'ordine: un esorcista, il parroco, il sindaco, un inviato della Prefettura di Udine e il Capo distretto di Tolmezzo. Esorcismi, messe, gavettoni di acqua santa furono inutili. Le donne continuavano a comportarsi come indemoniate.

Alla fine decisero di venire a patti col demonio. Le donne si sarebbero comportate bene. In cambio, "il diavolo chiedeva bevande alcoliche, piatti gastronomici speciali con spezie e dolci patronali" per il consumo delle indemoniate. Il diavolo ottenne anche che le sue… “possedute” avessero una diaria giornaliera da spendere... nell'osteria del paese.
Avete capito?

Ma non eravamo ancora contenti. Ci siamo spostati quindi in Veneto, prima a Cima Sappada, poi direttamente presso la sorgente della Piave (sì, è femminile, rassegnatevi). Riporto qua una nota curiosa trovata sul blog Amare La Terra di Francisco Merli Panteghini:
Dove nasce la Piave? Qual è la sua sorgente? Dal monte Peralba scendono infatti due torrenti, grosso modo dalle stesse quote ma da due versanti diversi. Si incontrano appena fuori Sappada. Dopo la guerra la furia celebrativa non potè tollerare che il virile fiume che aveva difeso eroicamente l'Italia non avesse una madre certa (cioè una sorgente unica). Così una commissione ministeriale determinò l'attuale sorgente della Piave, dando all'altro torrente il nome di Piave di Visdende, con sdegno di quei valligiani che sostenevano la superiorità del loro corso d'acqua. 
Subito dopo la guerra fu anche cambiato il genere del fiume, a opera di Gabriele D’Annunzio, “poiché il simbolo che rappresentava la vittoria doveva necessariamente avere attributi maschili." (Wikipedia).

(il Vostro Eroe che si rilassa)




venerdì 28 ottobre 2016

Stranimondi 2016

Alla fine pure io sono andato a Stranimondi. Prima o poi doveva capitare. Meglio togliersi subito il pensiero: quest’anno sono riuscito a scavare un paio di giorni liberi tra gli impegni di lavoro, in futuro chissà.

Ero presente per un giorno e mezzo, sono arrivato a Milano la mattina presto e sono subito andato alla sede dell’UESM per iscrivermi. La sera ho dormito in un alberghetto che a leggere le recensioni avrebbe dovuto essere poco più di uno scopatoio, ma che in realtà era abbastanza dignitoso.

Ero a SM principalmente per fare un po’ di “networking”, che nel mio caso consisteva nel riconoscere il nome sul cartellino di qualcuno, presentarmi, dire al qualcuno in questione che lo conoscevo perché seguivo il suo blog / pagina facebook / letto i suoi libri e restare lì mezzo minuto senza sapere che altro dire (per fortuna parlavano gli altri), salutare e ripetere.

Sono stato riconosciuto solo una volta e mezza. La prima volta da parte di Lanfranco Fabriani, al quale va la mia eterna gratitudine per non avermi fatto sentire un nulla in mezzo alla folla, ma per essere stato lui a riconoscere il mio nome e salutarmi. Poi c’era una ragazza alla quale il mio nome ricordava qualcosa, ma non era in grado di focalizzare cosa.
Meglio così.

Ho colto l’occasione per fare rifornimento di libri. Non che ne avessi vero bisogno: a casa sono pieno di libri che devo ancora leggere. Ma già che c’ero…

Sono andato allo stand della Plesio Editore. Non avevo un motivo preciso, ho scelto caso. Dietro il banchetto c’erano un ragazzo e una ragazza.
Ho subito espresso chiaramente la mia necessità:
- Vorrei un libro.
I due si sono guardati perplessi. La ragazza ha preso la parola: - Che genere di libro?
E io: - Uno tosto.
Con questo li ho messi in difficoltà.
- Che autori ti piacciono?
Ecco, qua si iniziava a ragionare. Ho snocciolato un lista di autori, italiani e non. Ma questo non li ha aiutati aiutarli. La ragazza si è messa a parlarmi di un libro da loro pubblicato, L’Ultimo Khama, di Stefano Andrea Noventa. Alle parole “scritto da un fisico” l’ho gentilmente interrotta: - Mi hai convinto. Lo prendo.
Il ragazzo si è quasi messo a piangere. Era l’autore di un altro dei libri in mostra. Gli è andata male. Però mi ha parlato del suo libro, Nytrya.
Me lo segno per il futuro...

Tra i vari ospiti c’era Alastair Reynolds. L’ho incontrato che osservava le vetrine all’ingresso. C’erano i modellini di alcune astronavi di Battlefleet Gothic. Ho attaccato bottone e gli ho spiegato come alcune parti di quelle astronavi fossero copiate da motori diesel a due tempi di tipo marino. Insomma è evidente, si vedono chiaramente gli sportelli per accedere ai vari vani e gli attuatori per le valvole di scarico. Mr Reynolds non è rimasto particolarmente colpito dalla cosa, devo dire.
A proposito di Reynolds, eravamo nella toilette dei gentiluomini quando Reynolds esce dal cesso con faccia sconvolta. Qualcuno gli chiede: - C’era un mostro?
E lui ha risposto: - Adesso sì.
Mi è bastato questo: ho comprato un suo libro.

Su suggerimento di Jacopo Berti (compagno di viaggio per l’occasione) ho preso “Dimenticami Trovami Sognami” di Andrea Viscusi.
Su suggerimento di Maico Morellini ho preso “Voci dalla Polis” di Maico Morellini. Ma ho il sospetto che il suo non sia stato un consiglio completamente disinteressato.
Come già detto, ho preso l’ultimo di Alastair Reynolds, L’Ultimo Cosmonauta. E infine, come da scenetta sopra, il libro del Noventa.

Il pomeriggio di domenica l’ho passato a zonzo per Milano. Scartando Duomo (troppa fila) e mostra di stampe giapponesi (troppa fila), sono andato alla Pinacoteca Ambrosiana, dove – sorpresa! – ho trovato una delle quattro versioni del Bacio di Hayez. In generale la quiete della Pinacoteca mi è servita per rilassarmi dalla folla e dalla confusione di Stranimondi.

Nel complesso Stranimondi è stata una bella occasione per conoscere tutti quei personaggi che di solito sono sempre e solo dei nomi su uno schermo, partecipare a degli incontri interessanti e portare a casa qualche libro.

E adesso a noi, Science Plus Fiction!

sabato 12 marzo 2016

Relatività

Un giorno, percorrendo l’autostrada tra Ta'if e Halaban (Arabia Saudita), mi sono trovato con una ruota bucata in mezzo al deserto arabico.

Sono cose che capitano.



Ho fermato l’auto sul ciglio della strada. Dire “ciglio della strada” è un’esagerazione. Dove finisce l’asfalto inizia il deserto. Apro la portiera e scendo. Caldo, sabbia, asfalto bollente e camion che sfrecciano a due passi. Per fortuna che in auto tengo sempre delle bottigliette d’acqua.

Cambio la ruota del fuoristrada. Niente di troppo difficile. Ma non posso ora andarmene in giro senza ruota di scorta. Dovesse capitare di nuovo, le cose si potrebbero mettere male. Riparto e mi fermo alla prima stazione di servizio, uno spiano che fa da indeciso confine tra l’asfalto e il deserto. Due pompe, una casetta di mattoni e due officine, all'inizio e alla fine dell’area di servizio.

Mi fermo alla prima "officina".
È poco più di un tetto tenuto su da tre muri. File di gomme nuove e usate sono appese sul muro in fondo, mentre vari attrezzi vecchi e arrugginiti sono appesi sulle altre due pareti.
Il meccanico è sotto la motrice di un camion. Appena mi sente arrivare esce da sotto. È intriso di olio e sudore. Si pulisce le mani sugli abiti sporchi. Ha la faccia che manco il peggiore tagliagole dell’Isis.
Io apro il bagagliaio e prendo la ruota bucata. La faccio rotolare fino ai suoi piedi. Gli indico lo squarcio.

Lui prende una manichetta dell’aria compressa e pompa aria dentro la gomma. L’aria esce dallo squarcio. Stacca la manichetta. Prende una pinza ed estrae un chiodo grande come il mio mignolo, tutto battuto e piegato. Prende della gomma e tappa lo squarcio. Controlla di nuovo con l’aria compressa. Non c’è aria che esce.
Mi fa cenno di “ok” con la mano. Tiro fuori il portafoglio. Lui fa cenno di no. Ringrazio in inglese. Rimetto la gomma nel bagagliaio.

Faccio un decina di metri e mi fermo all'altra officina. Voglio un secondo parere. Il meccanico è stravaccato su un divano con degli amici, in un angolo dell’officina trasformato in soggiorno dalla presenza di tappetti, televisore e tazzine da te. Si alza seccato.

Tiro di nuovo giù la gomma. Lui la controlla con l’aria compressa. Non c’è aria che esce. Mi fa cenno di “ok” con la mano. Tiro fuori il portafoglio. Mi mostra due con la mano. Gli do due banconote da uno.

Rimetto la gomma nel bagagliaio.
Mi rimetto in viaggio.

giovedì 28 gennaio 2016

La Tienda de las Curiosidades

Tra i miei negozi preferiti, in giro per il mondo, c’è “La Tienda de las Curiosidades” a Las Palmas, sull’isola di Gran Canaria. Si trova sul lungomare Paseo de la Canteras, al primo piano di un piccolo condominio di appartamenti per turisti. Non si noterebbe nemmeno la sua presenza, se non fosse per le gomene di navi e i teschi pirata appesi all'esterno.



All'ingresso spicca una vecchia Macchina Veggente con il simpatico pirata Jack. Ce n’è un’altra all'interno, con uno sciamano indiano molto inquietante, che quando viene attivata emette una musica che mette i brividi.

Ogni volta che, per un motivo o per l’altro, finisco a Las Palmas, cerco sempre di fare un salto a vedere gli strani oggetti in mostra in questo negozio.

Si trova un po’ di tutto: paccottiglia per turisti, antichi feticci delle Canarie, pezzi di antiquariato quali spade spagnole, monete e così via, vasetti con feti deformi sotto naftalina, pergamene egiziane, animali impagliati, teschi, modellini steampunk di sommergibili, e tante altre cose che anche se ve lo dico non mi credete, quindi non ve lo dico e vi invito a visitare il negozio.



Un vero e proprio bazar delle bizzarrie, dove c’è sempre qualche sorpresa e qualcosa di interessante per chi non si accontenta delle solite tazze con il nome della località o il portachiavi con l’attrazione locale.

Ogni volta passo là dentro almeno un’ora, indeciso su cosa comprare. Quella strana statua coi tentacoli o quel calavera messicano? Quell'abaco di fattura indiana o un pugnale sacrificale azteco?

L’ultimo acquisto è stato un Jin Chan, il rospo portafortuna cinese. Mi guardava dalla vetrinetta con quei suoi occhietti rosso rubino, seduto su una pila di monete, con un’espressione di malvagia avidità. È stato amore a prima vista.



lunedì 2 febbraio 2015

Terminus Septentrionalis


Il tempo è splendido. La nave che mi deve portare ancora più al nord tarda ad arrivare. Decido quindi di uscire per fare due passi per Hammerfest, nella contea norvegese di Finnmark.

Tanta neve (siamo a metà marzo), ma poco freddo (solo zero gradi). Mi trovo in uno dei centri abitati più a nord del mondo: 70° 39' 48" N. Il genere di posto che si raggiunge solo con aeroplanini traballanti e piste di atterraggio dai contorni non ben definiti.


Ovviamente non mi accontento del centro cittadino (ma quando mai!) e finisco in periferia.
Non che sia una lunga camminata: un quarto d'ora al massimo, con vista sulla splendida baia e le montagne circostanti.


Faccio qualche scoperta interessante, tipo una deliziosa nave abbandonata.

Si tratta della Vestis, una vascello costruito nel 1945 e riconvertito nel 1958 per la caccia alle foche. La nave è qui ferma dal 1993, un pezzo di storia locale lasciato in abbandono. Qualcuno propone anche di bruciarla per fare spazio all'espansione edilizia di Hammerfest. Non sono favorevole all'andare in giro ad ammazzare foche (o trichechi o altri pinnipedi) ma comunque penso che i ricordi del passato vadano conservati e i manufatti storici debbano essere conservati.

Comunque anche arrugginita ha il suo fascino.

Cammina cammina arrivo dall'altra parte della baia, nel comune di Fuglenes, e mi trovo davanti una misteriosa colonna che attira subito la mia attenzione.

  
"Terminus Septentrionalis"... ora mi sembra proprio di essere andato in capo al mondo!

Si tratta, come scopro chiacchierando con una gentile studentessa di infermeria*, del punto più settentrionale dell'Arco Geodetico di Struve, una serie di triangolazioni geodetiche che vanno da Ismail sul Mar Nero fino al nord della Norvegia. Il buon scienziato russo Friedrich Georg Wilhelm Struve compì questi rilievi dal 1816 al 1855, con lo scopo di determinare le corrette dimensioni e forma del pianeta Terra.

Vi pare poco?

Ogni punto della triangolazione è stato dichiarato dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità.


Grosse nuvole iniziano ad avanzare da nord. Prendo congedo dalla gentilissima (e biondissima) aspirante infermiera con l'intenzione di ritornare al sicuro quanto prima.

Troppo tardi, vengo sorpreso da una tempesta di neve.


Ma non preoccupatevi. Sono sopravvissuto. E la nave mi ha portato molto più a nord... un po' oltre i 75° gradi.

E voi? Qual è il punto più a Nord dove siete mai stati?


*Sì, ad Hammerfest c'è un'Università, con un'unica facoltà, quella di Infermieristica.

Tutte le foto sono copyright © 2015 Mechanical Ambassador