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venerdì 21 dicembre 2018

T

Ci sono romanzi difficili da inquadrare, che vanno oltre le definizioni e convenzioni di genere. T di Alessandro Forlani è uno di questi.

C’è fantascienza, c’è fantasy, c’è horror, ma nessuno dei tre appare per quello che è veramente. E non è in un *punk qualsiasi che questo romanzo si può identifica, consentendo al limite solo l’etichetta di Forlanipunk.

E chi conosce l’autore sa di cosa parlo.

La forza del romanzo è nel suo messaggio – nell’Italia di oggi che ci viene illuminata per quello che è, immersa in questo brodo di cultura pop (o nerd, o quello che preferite) che… ma preferisco che lo leggiate e ve ne rendiate conto da soli.

Il romanzo utilizza il setting creato da me e Alessandro per le Crypt Marauder Chronicles (per la Watson è già uscita un’antologia di racconti di vari autori), ma Alessandro intreccia l’ambientazione sword&sorcery con la fantascienza sociale e la satira del nostro oggi in modo unico.

Leggetelo. È veramente un romanzo che vi farà arrabbiare: forse il più bel regalo che un libro vi può fare.


Italia, 2025. L'istituzione del Pointless Act prevede la detenzione in un carcere di oblio per un'intera generazione che ha abbandonato gli studi, il lavoro e non riesce a inserirsi nella società. Sinistri "dormitori", e un limbo di immaginari condivisi che diventa ogni giorno più reale. Una giovane ricercatrice, una giornalista freelance, un'immigrata clandestina, un docente universitario e un nerd terrorista sono vittime e oppositori dell'invisibile repressione fondata sugli studi della neuroscienziata Clara Muttertod, su avveniristiche tecnologie o su arti più spaventose. T è lo sviluppo personale di Alessandro Forlani del Progetto Thanatolia, ambientazione aperta da lui creata con Lorenzo Davia. Un romanzo distopico ed esoterico di orrori negromantici e di satira sociale. 
Alessando Forlani (Pesaro, 1972), Premio Urania 2011 e Premio Kipple 2012 con il romanzo I Senza-Tempo; Premio Urania - Stella Doppia 2013 con il racconto Materia Prima; pubblica per Delos Digital, Acheron Books e Watson Edizioni. Fra i suoi titoli principali: Eleanor Cole delle Galassie Orientali; Clara Horbiger e l'Invasione dei Seleniti; Il Mondo nel Tramonto; Xpo Ferens e Arabrab di Anubi (finalista al Premio Italia 2018 come migliore romanzo fantasy). I suoi prontuari di scrittura creativa Com'è facile scrivere difficile; Com'è facile diventare un eroe e Com'è facile vivere in Atlantide sono ormai dal 2014 fra i più venduti su Amazon.


giovedì 7 dicembre 2017

La maratona di Saint Louis del 1904


Il racconto della gara di maratona della III Olimpiade, tenutasi a Saint Louis nel 1904, è probabilmente uno dei più divertenti dell’intera storia delle Olimpiadi.

Tanto per cominciare, il comitato organizzatore decise di partire nel pomeriggio, quando la temperatura era più alta, e non al mattino. I maratoneti si trovarono così a dover correre per ore sotto il sole di fine Agosto (era il 31), a una temperatura di 32 gradi e col 90% di umidità.

Che non sarebbe neanche stata la fine del mondo, se lo stesso comitato organizzatore non avessero deciso che un pozzo a una ventina di chilometri dallo stadio fosse sufficiente come fonte d’acqua per gli atleti. James Sulliva, capo organizzatore dell’evento, voleva testare le performance degli atleti in condizioni di disidratazione. Per la scienza questo e altro.

Il percorso di 40000 chilometri era pessimo: polvere che non permetteva di respirare e sassi che non permettevano di correre, e con dislivelli fino a 100 metri. Correndo in mezzo al traffico di treni, automobili, carri e gente che portava a passeggio il cane (particolare non irrilevante come vedremo).

Gli atleti erano 32 valorosi, provenienti da Stati Uniti, Grecia, Sudafrica e Cuba. Tra di essi Sammy Mellor, vincitore della Maratona di Boston del 1902, John Lordon, vincitore a Boston nel 1903, Mike Spring, vincitore sempre Boston nel 1904, e Arthur Newton, che era arrivato quinto a Parigi nella maratona olimpica del 1900.

Dei veterani, insomma, ma quello a cui andarono incontro fu un massacro. Su 32 atleti ne arrivarono al traguardo solo 14.


Il corridore cubano era Andarín Carvajal, un postino morto di fame che si era pagato il biglietto per Saint Louis facendo collette e chiedendo elemosine su e giù per Cuba. Appena sbarcato a New Orleans pensò bene di mettersi a giocare ai dadi: perse tutti i soldi che aveva. Con l’aiuto di un altro paio di atleti raggiunse comunque Saint Louis. Si presentò allo stadio vestito casual: maglia pesante, pantaloni lunghi e scarpe da passeggio. Il cubano si strappò le brache dei pantaloni in modo da renderle adatte alla corsa e partì assieme agli altri corridori.

Andarín Carvajal

Gli atleti sudafricani erano due uomini di colore, Len Taw e Jan Mashiani, entrambi appartenenti alla tribù Keffir. In realtà si trovavano negli USA perché presenti alla mostra sulla Guerra Borea che si teneva all’Esposizione Internazionale della Louisiana (che a sua volta meriterebbe un articolo a parte). Furono reclutati sul posto e mandati a correre solo perché durante la Seconda Guerra Borea si erano fatti la fama di staffette veloci.

Len Taw e Jan Mashiani

La gara iniziò alle 3:03 di pomeriggio.

Il primo ad arrivare fu Fred Lorz. Il nostro si era ritirato al 14° chilometro e si era fatto riaccompagnare in auto dal suo allenatore. Sentendosi meglio, scese 10 km dall’arrivo e tagliò il traguardo tra gli applausi degli spettatori. Stava per essere premiato con l’oro niente poco di meno che dalla figlia di Theodor Roosevelt quando ammise che era stato tutto uno scherzo.

Era un mattacchione. Fu bannato a vita dalle competizioni sportive.

Il vero primo arrivato fu Thomas Hicks, ma va detto che ricevette un certo aiuto… chimico. A una quindicina di chilometri dal traguardo il nostro Thomas crollò al suolo. Il suo allenatore gli diede da bere un brandy corretto con solfato di stricnina: questo veleno per topi in bassa concentrazione è infatti un potente stimolante. Thomas corse gli ultimi chilometri delirante e con allucinazioni. Voleva mollare, vedeva davanti a se non lo stadio ma chilometri e chilometri senza fine di percorso. In un momento di (comprensibile) debolezza si gettò al suolo. Il suo allenatore gli somministrò ancora un po’ del suo cocktail e, visto che c’era, un paio di uova crude per dargli coraggio. Arrivato nello stadio fu letteralmente spinto oltre il traguardo dal suo team. I giudici chiusero un occhio e così vinse l’oro. Fu subito soccorso dai dottori che gli salvarono la vita – e non per modo di dire.

Thomas "stricnina" Hicks

Non fu l’unico a rischiare di morire: William Garcia ebbe un’emorragia interna dovuta alle polveri che si erano mangiate il suo esofago e stomaco. Passò diversi giorni in ospedale, sospeso tra la vita e la morte, prima di riprendersi.

E Andarín Carvajal? Fate conto che non aveva mangiato niente da quando aveva lasciato Cuba due giorni prima. Sul percorso si fermò a raccogliere mele da un albero. Non lo avesse mai fatto: mangiò delle mele marce e gli venne mal di pancia. Fece una dormita all’ombra degli alberi e poi continuò la gara. Arrivò comunque quarto.

I due sudafricani si posizionarono 9° (Len Tau) e 12° (Jan Mashiani). Un risultato un po’ deludente: forse farsi sparare dietro è veramente un buon stimolo per correre veloci. Len Tau comunque avrebbe potuto fare di meglio, ma fu inseguito da un cane e dovette fare una deviazione di un paio di chilometri per non finire sbranato.

Arthut Corey arrivò secondo. Lui era francese, ma dato che non poté fornire non-so-quali documenti all’organizzazione fu segnato come americano e tutt’oggi il suo bronzo è nel medagliere USA.

Che fine fecero i nostri eroi? Fred “scherzetto” Lorz fu riammesso nel mondo sportivo e nel 1905 vinse la Maratone di Boston. Andarín Carvajal continuò a correre e nel 1906 fu mandato dal suo paese alle Olimpiadi di Atene. Atterrato in Italia sparì nel nulla e fu creduto morto finché non ritornò a Cuba alcuni anni dopo. Partecipò a molte altre corse con buoni risultati. Di Len Taw e Jan Mashiani non si è saputo più nulla. Thomas “stricnina “ Hicks lasciò stare il mondo delle corse per qualche anno, per poi tornare a gareggiare.

Erano altri tempi, c’è poco da dire.

mercoledì 6 settembre 2017

Suomikumma

Quest'anno si festeggia il centesimo anniversario dell'Indipendenza della Finlandia dall'Impero Russo.
Apprendiamo infatti da Wikipedia che
Il 6 dicembre 1917, poco dopo la rivoluzione d'Ottobre in Russia, la Finlandia dichiarò la propria indipendenza. Dopo un breve tentativo di stabilire una monarchia, nel 1918 il Paese fece l'esperienza di una breve ma sanguinosa guerra civile fra 'rossi' e 'bianchi', i primi sostenuti dai sovietici i secondi dai tedeschi, guerra vinta dai 'bianchi', questo avrebbe caratterizzato la politica locale per molti anni. Il 1919 vide la nascita della repubblica finlandese. 
Visto che la Finlandia è un paese che mi piace così tanto da averci ambientato anche un mio racconto (e forse altri in futuro), come festeggiare nel modo migliore?

Intanto, con un bel viaggio a Turku e a Helsinki.
Sì, proprio Turku, dove poco tempo fa c'è stato un attacco terroristico. Perché io non tratto coi terroristi. E neanche i finlandesi: li ho trovati tutti rilassati, sulle rive del fiume Aura o nella kauppatori, a bere alcolici.

(dite la verità: anche voi volete quel bicchiere)

Si vede che i finlandesi ci tengono alla loro storia. A Turku infatti ho visitato: un'antica farmacia trasformata in un pub. Un'antica banca trasformata in un pub. Un'antica scuola trasformata in un pub. Un'antica nave trasformata in un pub, ormeggiata sulle rive dell'Aura. E, fuori Turku, un'antica stazione dei pompieri trasformata, chi l'avrebbe mai detto?, in pub.

Già che ero a Turku, ho fatto una capatina all'Archipelago, l'insieme di isole, isolette e isolotti poco lontano dalla città. Ho infatti intenzione di ambientare su una di queste isolette il prossimo racconto del Silenzioso, il mio personaggio già protagonista di Vendetta Finlandese.
E cosa c'è di meglio di una ricerca sul campo per documentarsi?





La mia gita mi ha poi portato a Helsinki, la capitale. Ho visitato il Museo Nazionale, che si trova in un edificio molto inquietante sulla Mannerheimintie, costruito a inizio 1900 su ispirazione di chiese e castelli medievali finlandesi. Una bella scorpacciata di storia e cultura locale, arricchita da una mostra sulla preistoria del paese, una mostra sulle culture delle popolazioni dell'Artico e da "The Public and the Hidden Finland", una mostra di fotografie storiche.

(non so cosa si fumavano questi sciamani, ma lo voglio!)

(il tricheco puccioso!)

(Miss Finlandia 1934. Che volete, ho un debole per le finlandesi)

Mentre visitavo il museo, ho ricevuto anche notizia del fatto che il mio racconto Ascensione Negata è finalista al Premio Urania Short 2017.


E per festeggiare, la sera prima del rientro all'ovile, birra allo Steam Hellsinki, locale steampunk.

In valigia, l'immancabile Kindle. E questo è l'altro mio modo di festeggiare questo centenario: mi sono portato dietro gli ebook Finnish Weird, una serie di pubblicazioni annuali che sono delle ottime introduzione allo suomikumma, la narrativa Weird (kumma = strano) di autori finlandesi. Contengono brevi articoli sugli autori e alcuni racconti o brani dei loro romanzi, tradotti in inglese.
Purtroppo non sono riuscito a partecipare alla Worldcon 75 di Helsinki: vedo di recuperare con un po' di letture locali.

Come scritto da Anne Leinonen nella introduzione al numero di quest'anno, "Finnish speculative fiction is not a solitary island, but an integrated part of the mainstream. Part of the reason for this is probably that we never developed commercial markets for people wanting to publish nothing but genre fiction. We have had to infiltrate, adapt and fight for room in the mainstream. It is this underdog experience that has taught Finnish Weird to react to current events and be sensitive to various social issues."

Nello stesso numero sono introdotte tre scrittrici: Magdalena Hai, detta la Regina dello Steampunk Finlandese, J. S. Meresmaa, che ha scritto una serie di storie ambientate in una Tampere steampunk, e Viivi Hyvönen, autrice del romanzo "The Monkey and the New Moon", del quale si può leggere un brano.

Inutile nasconderlo: i finlandesi sono gente strana, tanto che li possiamo tranquillamente definire i giapponesi dell'Europa. E non mi sorprende che la loro letteratura fantastica sia qualcosa di particolare. Quando avrò tempo dovrò leggere più suomikumma.

(dei sotterranei della Suomenlinna vi parlo un’altra volta, va bene?)

venerdì 2 giugno 2017

Ad Astra

La casa editrice Zona 42 ha pubblicato da poco Ad Astra di Antonio de' Bersa, e la cosa non poteva che sollecitare il mio interesse, per una buona serie di motivi.

Intanto è un romanzo di (proto)fantascienza italiano scritto nel 1884 che parla di viaggi spaziali, ispirandosi a Verne.

Poi l'autore è un triestino, di origini dalmate (no, non i cagnetti), che è stato direttore del quotidiano asburgico L'Osservatore Triestino dal 1876 al 1905. Buona parte del romanzo è anche ambientata a Trieste: e sapete, quando mi mettete assieme "Trieste" e "Fantascienza" mi sciolgo.
Sono fatto così.

E non dimentichiamo anche che lo scopritore di questo romanzo, per decenni dimenticato da tutti nella Biblioteca Civica di Trieste, è Jacopo Berti, che ho avuto il piacere di conoscere prima sul suo blog Gene Egoista e dal vivo al Stranimondi 2016.

Ultimo fattore di interesse, il romanzo presenta una innovazione curiosa per quanto riguarda il volo spaziale. Il mezzo col quale i protagonisti volano sulla Luna è un oscillante, un sistema curioso che permetterebbe di vincere la gravità tramite l'uso della forza centripeta (o centrifuga, lo sapete, dipende dal sistema di riferimento) di un sistema oscillante.

Ma andiamo con ordine.

L'anno è il 3847 e il mondo vive una "pace profonda (...). Niente guerre, niente rivoluzioni: nessuna di quelle crisi tempestose che costavano agli antichi tanto sangue e tanto denaro".
Si sta così bene che la popolazione è in soprannumero rispetto alle disponibilità alimentari: "Dal censimento generale del 3754 risultò che la terra era abitata da sette miliardi. Che formicaio!".

Sì, il Bersa era un'ottimista.

Vengono proposte varie soluzioni, tra cui il cannibalismo. L'unica percorribile sembra essere colonizzare la Luna.

Ma come?

A trovare la soluzione è Giustina Cortoni, figlia del bibliotecario civico di Trieste. La Giustina, protagonista del romanzo, trova un antico documento risalente al 1883, nel quale un certo Francesco de Grisogono riporta la sua mirabile invenzione: l'oscillante. Il documento, e il personaggio, sono autentici: Grisogono era un matematico vissuto a Trieste (1861-1921), che aveva veramente proposto questo sistema di propulsione oscillante per il viaggio interplanetario. Lo fece una prima volta nel 1883 nel suo "Sulla possibilità di viaggiare gli spazi celesti" (stampato dalla Tipografia del Lloyd Austro-Ungarico), e di nuovo nel 1914 nel suo libro "Germi di scienze nuove".
Nota curiosa: era il nonno di Claudio Magris.

Il motore oscillante sembra avere qualche somiglianza con il Carrellino Oscillante del discusso e discutibile Marco Todeschini. Non investigo oltre: per questo post tolgo i panni dell'ingegnere e indosso solo quelli (più comodi) del lettore.

L'oscillante, chiamato Tellus, viene costruito e il lancio è previsto da una piattaforma dal Golfo di Trieste.
E Elon Musk zitto.

Non manca la storia d'amore, con la Giustina presa in uno scomodo triangolo tra il bello e timido Cleanmorn e il selvaggio e intelligente Tekhudej.

Seguiranno avventure, scontri e la conquista della Luna. Non vi anticipo tutto: leggetelo che è divertente. Come dice il Berti nell'introduzione: "l'opera di de' Bersa presenta svariati elementi della migliore fantascienza tout court, che non è semplice trovare, tanto meno tutti insieme, nella classica fantascienza avventurosa, nel meraviglioso scientifico degli emuli di Verne e forse in Verne stesso...".
E in effetti non manca niente: invenzioni "steampunk", battaglie aeree, esplorazione lunare con tanto di pericoli.

Alcune descrizioni poi sono notevoli. Prendete questa: "Un silenzio pieno di tetraggini, immane, assoluto, come l'assoluta oscurità degli spazii, come l'assoluta aridità del suolo, come la morte pietrificata da migliaia di secoli nelle viscere irrigidite dell'astro".
Brrr...

Il curatore Jacopo Berti e l'editore Giorgio Raffaelli erano a Trieste a presentare il libro. Li vediamo in questa foto dove presentano l'ultima edizione del romanzo assieme ad altre due dell'epoca:


venerdì 8 maggio 2015

Boomstick Award 2015: le mie scelte

Come promesso, dopo aver vinto un Boomstick Award, adesso mi tocca premiare altri 7 blog.

Ecco le mie scelte:

Cosa sovietiche: perché il Sovietpunk ha il suo fascino

Kindle Cover Disasters: ... è un tumblr, va bene lo stesso? No? E io lo metto comunque. Perché certe cover meritano.

Prof Alchemist: perché è steampunk, perché è un professore, perché è simpatico... basta e avanza, direi.

Darwinite Blog: per motivi talmente ovvi che non occorre scriverli. Ok li scrivo: perché è divertente, divertente e divertente.

Tragedy Series: perché i disegni sono affascinanti e vivono tra umorismo e tragedia.

Gamberi Fantasy: come incoraggiamento per ritornare in campo. Manca da troppo tempo!

Concept Ships: perché astronavi.

Delusi? Sconvolti? Fatemelo sapere!

lunedì 30 marzo 2015

Breve storia dell'illuminazione

Adesso è facile: premiamo l'interruttore e la stanza si illumina. I lampioni stradali ci illuminano la via. All'occorrenza, prendiamo la torcia elettrica ed esploriamo la casa abbandonata. Se va via la corrente, ci lamentiamo che non possiamo giocare al computer.

Chi lo avrebbe mai detto, ma una volta non era così. E quindi, cosa si è inventato l'uomo per illuminare il buio? Facciamo una rapida carrellata dei mezzi di illuminazione adoperati in passato prima che Mr. Edison s'inventasse la lampadina.

Si è iniziato bruciando dei rami secchi, preferibilmente presi da piante resinose. Il passo successivo è stato intuitivo: fasciare assieme dei rami per avere la torcia.
Sembra che furono gli egizi a inventare la lucerna, dove uno stoppino pesca l'olio combustibile da un contenitore. Facile. Purtroppo consumava tanto olio e generava una luce rossastra che produceva fumo. Il combustibile era olio vegetale, grasso animale o petrolio, nei posti dove affiorava liberamente.

Il rivale della lucerna fu la candela, la cui invenzione è attribuita a qualche tribù celtica. Il combustibile per la candela era grasso animale mischiato a paglia o cere animali o vegetali solide. Le candele si diffusero molto al nord, mentre nei paesi che davano sul Mediterraneo, vista la disponibilità di olio, veniva più usata la lucerna.

Col XV secolo si inizia a parlare di illuminazione pubblica: nel 1417 il Sindaco di Londra ordinava che ogni casa avesse esposta all'esterno una lanterna durante le notti invernali. Nel 1524 abbiamo una legge simile anche a Parigi. Niente di incredibile: il grosso delle città restavano al buio ed era pericoloso girare di notte, ma almeno la gente riconosceva la necessità di illuminare le strade.
Nel 1765 Bourgeois di Châteaublanc aggiunse un riflettore metallico a una lanterna costruendo il cosiddetto riverbero, mentre nel 1783 Argand ideò la lampada che porta il suo nome, una versione migliorata della lanterna, che permetteva una luce più bianca e una migliore combustione (significa che faceva meno fumo). La Lampada Argand possedeva un becco di nuova concezione, 


costituito da due piccoli cilindri concentrici di metallo tra i quali correva uno stoppino in forma di nastro (in grado di abbassarsi e alzarsi secondo il bisogno) e di un tubo di vetro perfettamente cilindrico dalla base alla sommità. La fiamma anulare della nuova
lampada veniva così avvantaggiata da una doppia aerazione, interna ed esterna, e il beneficio era ulteriormente accresciuto dal tubo che accelerava la velocità delle due correnti d’aria.

La citazione è tratta da "L'illuminazione attraverso i tempi" a cura della Fondazione Neri.

Da Argan in poi fu tutto un susseguirsi di invenzioni e miglioramenti con nuovi modelli di lampade a olio. Ci furono anche alcuni miglioramenti nella tecnologia della candela, con l'introduzione della candela stearica nel 1818 e l'invenzione dello “stoppino perfetto” nel 1835.

E veniamo al gas. Si sapeva già dal 1667 che il gas di carbon fossile era infiammabile, grazie alla relazione intitolata A Description of a Well and Earth in Lancashire taking Fire, by a Candle approaching to it. Imparted by Thomas Shirley, Esq an eye-witness. Detto altrimenti: vi racconto come per poco non saltavo per aria.

Nel 1792 abbiamo la prima casa illuminata a gas, quella di William Murdoch (foto a sinistra), che bruciava il gas prodotto dalla distillazione del carbone della fonderia dove lavorava, la Soho Foundry. Visto che dopo 6 anni la casa non era ancora saltata in aria, nel 1798 la fonderia venne illuminata a gas, e nel 1802 l'esterno della stessa.

Filippo Lebon illuminò casa sua usando gas derivato del legno nel 1801, ma il povero Filippo morì pochi anni dopo: la mattina del 3 Dicembre 1804 fu trovato morto in strada, assassinato. Forse se la strada fosse stata illuminata... 

Tra i primi posti illuminati a gas da Murdoch abbiamo anche le fabbriche di motori a vapore Watt&Boulton e la filatura del lino di Philipps&Lée: l'illuminazione a gas non produceva scintille ed era quindi l'ideale per le industrie tessili o per tutte le fabbriche costruite in legno.

Da questo punto in poi per il gas è stata un'escalation: nel 1807 abbiamo la prima strada illuminata a gas (Pall Mall a Londra). Nel 1816 Baltimora negli USA viene illuminata a gas mentre nel 1820 tocca a Parigi. Entro pochi decenni l'illuminazione a gas diventerà lo standard.

Non tutti erano felici della novità. Papa Gregorio XVI proibì l'illuminazione pubblica nei territori dello Stato Vaticano, per i soliti motivi: la notte era stata voluta da Dio, e con delle luci innaturali la gente si sarebbe potuta riunire a complottare contro il Papa.

Nasce un nuovo mestiere: il lampionaio.

In blusa turchina con sopravveste e berretto municipale in testa, portava con sé una lunga pertica all’estremità superiore della quale era fissata una speciale lampada munita di gancio, detta appunto “lampada d’accenditore”, che gli consentiva, senza l’ausilio di una comune scala in legno (impiegata solo all’inizio di questa fase e per un periodo molto breve), di aprire dal basso verso l’alto lo sportellino inferiore in vetro della lanterna, girare la chiavetta del gas e provocare l’accensione mediante un’esca accesa che il lampionaio provvedeva a mantenere viva soffiando di tanto in tanto aria attraverso una pompetta di gomma.
La citazione è tratta da "L'illuminazione attraverso i tempi" a cura della Fondazione Neri.

Quindi per l'illuminazione pubblica si usava il gas. E per le lampade portatili? Non è che si poteva andare in giro con una bombola di gas o un tubicino collegato alla rete di distribuzione. Le lampade portatili continuavano a bruciare olio, e nell'800 si usava molto l'olio di balena (no dico, avete presente Moby Dick?). Proprio per sostituire l'olio di balena si cercò di ricavare dell'olio dal carbone (1846)... ma il risultato era troppo costoso. Nel 1850 si riuscì a ricavare il kerosene dal carbone bituminoso.
Nel 1859 il buon Drake scava il primo pozzo petrolifero in Pennsylvania. Il 70% del greggio prodotto viene distillato in kerosene per lampade. Il 25% restante (mettiamo un 5% di perdite) era composto da frazioni troppo leggere o troppo pesanti per avere una buona combustione. Le frazioni leggere (le nafte o gasoli) trovavano impiego come solventi o anestetici, visto che ancora non c'erano in giro molti motori a scoppio. Ma stiamo parlando di illuminazione, i motori a scoppio sono un'altra storia.

E poi un giorno arrivò Edison.

lunedì 23 febbraio 2015

A volte ritornano: il Ball Tank

Uno dei primi post di questo blog è stato sulla motoruota, il curioso velivolo a motore degli inizi del secolo. Concludevo l'articolo parlando della monoruota a uso militare, e del Ball Tank costruito dai nazisti.


Ebbene, pensate un po': l'idea è tornata di moda.



Il drone qui sopra, chiamato GuardBot e in sviluppo presso una compagnia privata per conto del Marine Corp War Fighting Lab, è capace di nuotare alla velocità di 4 miglia l'ora e correre sulla spiaggia a 20 mph.



Io ne voglio uno. E voi?


lunedì 16 febbraio 2015

Film della serata: 1

Al momento della chiusura di una libreria specializzata in libri rari, un misterioso individuo entra e chiede di un libro da lui sognato. All'improvviso, tutti i libri presenti nella libreria vengono sostituiti da copie del medesimo libro, intitolato "1".

Inizia così il primo lungometraggio di Pater Sparrow, già noto in Ungheria come autore di corti, che imbastisce qui una storia complicata, ricca di rimandi inconsci e citazioni oniriche, che lasciano lo spettatore perplesso e perso in questo caleidoscopio di immagini e narrazione. È un esordio pericoloso per il regista, con un film complicato, che cozza contro la logica dello spettatore, ma che cattura per la ricchezza di idee, sia dal punto di vista visivo che strutturale.

L'investigatore Phil Pitch, dell'RDI (Reality Defence Institute), arrivato sul posto inizia a interrogare gli unici testimoni. Tutti sembrano nascondere qualcosa. Vengono portati alla sede dell'RDI, rappresentato come un istituto psichiatrico; le atmosfere sono sospese e un clima di ambiguità e sospetto si crea sia tra l'investigatore e i testimoni, che ormai sono visti come sospetti, sia tra l'investigatore e i suoi colleghi dell'RDI.


Nel frattempo i media sono venuti in possesso del libro: in esso sono registrati i dati statistici relativi a ogni singola attività umana che avviene nell'arco di un minuto: numero di morti, copulazioni, incidenti, record... L'impatto di tali libro è distruttivo: aumentano i suicidi e il libro viene, inutilmente, proibito in tutto il mondo. La gente non riesce ad accettare che tutta l'esperienza umana sia messa così semplicemente nero su bianco; la nuda verità dell'esistenza umana risulta un peso troppo grande perché il mondo possa sopportarlo.

L'indagine di Pitch non porta ad alcun risultato, anzi si inizia a sospettare che pure lui sia coinvolto nella misteriosa apparizione del libro. L'investigatore prova un tentativo estremo: dopo aver dato da leggere il libro ai sospettati, essi vengono fatti addormentare e i loro sogni scrutati al fine di determinare chi è l'autore. L'impossibilità di trovare una soluzione al caso porterà alla pazzia i sospetti e Pitch stesso: egli segue i sospettati nei loro sogni e si trova a vivere con loro in un mondo onirico collettivo.

Il mistero non viene svelato, e per questo motivo lo spettatore potrebbe sentirsi tradito; in realtà lo scopo del film non è presentare un'indagine razionale e scientifica, come telefilm quali CSI o X-Files ci hanno abituato, ma intrappolare lo spettatore in un caleidoscopio di immagini e sensazioni. Come in un caleidoscopio, ogni volta si vede un'immagine diversa, rispecchiata e declinata in infinite variazioni. La storia di "1" è come un frattale, puoi prenderne una singola parte e avere una rappresentazione del tutto.


Il film è tratto da un racconto di Stanislaw Lem, "One Human Minute", a sua volta privo di trama. In "One Human Minute" Lem sosteneva che sarebbe stato impossibile trarre un film da quel testo. Sparrow l'ha presa come una sfida, e ne ha tratto un film molto personale, che bisogna vivere piuttosto che cercare di decifrare.

"1" è un film che giudico interessante e godibilissimo, a patto che non ci si spaventi dalla mancanza di senso, dal mistero irrisolvibile, dalla lingua ungherese, e, sopratutto, che non ci si perda nella sua struttura labirintica e autoreferenziale.


lunedì 4 novembre 2013

Claude Ruggieri - l'uomo che voleva lanciare bambini nel cielo

Consultando vari libri per la mia serie di articoli sull'evoluzione del design delle astronavi nella fantascienza, mi è capitato di venire a conoscenza di un aneddoto incredibile.

Eccovelo.

Claude Ruggieri era un italiano che viveva in Francia agli inizi del XIX secolo. Era un pirotecnico, un esperto di fuochi d'artificio, e fu il primo a usare sistematicamente i sali metallici per colorare i suoi fuochi. Scrisse un trattato sull'argomento, Eléments de pyrotechnie, pubblicato nel 1801.

Insomma, non era l'ultimo arrivato per quanto riguarda razzi ed esplosivi.

Nel 1806 iniziò a lanciare in aria piccoli animali (criceti, topolini e gatti). Gli animaletti ritornavano a terra sani e salvi grazie a dei paracadute.

Nel 1830 Claude decise di fare il grande passo: annunciò infatti che avrebbe lanciato una pecora dai Champs de Mars a Parigi, fino a farle raggiungere un'altezza di circa 200 metri.

Un bambino di 11 anni si offrì come sostituto della pecora.

Claude accettò di lanciare il bambino.

La pecora ringraziò il bambino.

Il lancio fu impedito dalle autorità.

Nessuno capisce mai i geni...

Una rappresentazione del lancio impedito dalle autorità, ad opera di Larry Toschik

Libri consultati:

Rockets, di Steven Otfinoski

Space Exploration, di Ron Miller

Periodic Tales: A Cultural History of the Elements, from Arsenic to Zinc, di Hugh Aldersey-Williams