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mercoledì 12 luglio 2023

Il museo della Società Ginnastica Triestina

La Società Ginnastica Triestina è un’istituzione locale la cui fondazione risale al 1863, e, cosa insolita, ha mantenuto nel corso dei secoli sempre la stessa sede, uno stabile in centro a Trieste in via della Ginnastica. Quindi sì, noi triestini andiamo a fare pallacanestro, danza e scherma nelle stesse sale e palestre da 160 anni e credetemi è qualcosa di speciale.

La SGT ha all’interno un museo con alcuni cimeli storici relativi alla storia dell’istituzione. E non stiamo parlando di velocipedi o bizzarri strumenti callistenici, ma di documenti che riflettono la storia della città, dal punto di vista particolare di una importante istituzione sportiva. In senno alla SGT ai tempi della Trieste austriaca c’erano gruppi irredentisti più o meno attivi e “accesi”; le attività della SGT venivano spesso osteggiate dalle autorità imperiali che vi vedevano un possibile covo di terroristi.

In epoca di dominio italiano il moto della Società venne coniato da D’Annunzio stesso: Stricto Gladio Tenacius (con le stesse iniziali della SGT).

Il museo è aperto per visite guidate da Zeno Saracino, buon conoscitore della storia di Trieste e narratore di numerosi aneddoti sul passato della SGT.




sabato 19 settembre 2020

FantaTrieste: l'antologia

C’è poco da dire. Trieste non è una città normale e non lo siamo noi che la viviamo.
Il termine generico per indicare una persona è “mato”: il default qui è la pazzia, il confine, l’altro.

Nascere e vivere a Trieste, almeno per me, ha sempre significato aprire le finestre la mattina e vedere la fine del tuo mondo e l'inizio di un altro, e non sapere quale dei due ti è più sconosciuto.

Vi state chiedendo che stirpe di scrittori di fantascienza può formarsi in un simile contesto? Adesso potete soddisfare la vostra curiosità!


È uscito per Kipple FantaTrieste, a cura di Roberto Furlani, con la bellissima copertina di Ksenja Laginja. È la prima antologia triestina di fantascienza (e generi limitrofi), con storie scritte da autori locali e ambientate nel nostro territorio. Rappresenta al tempo stesso una celebrazione di un secolo e mezzo di aspirazioni “di frontiera” e un’occasione per fare il punto per il futuro.

Sono presente nell'antologia, assieme a tanti altri notevoli penne, con il mio racconto "I Figli dei Naniti", una storia di amore e vendetta all'ombra della nascita di una nuova stirpe di esseri umani.
Risulta quasi naturale che Trieste sia permeata da una vocazione fantascientifica, in quanto essa stessa città di confine. Non tanto un confine geografico, tra l'Italia e la Slovenia, tra cultura latina e quella slava, quanto uno spartiacque tra due aree del sapere che impreziosiscono Trieste esattamente alla stessa maniera nella quale impreziosiscono la fantascienza. Parliamo di una città, infatti, in cui hanno vissuto figure salienti della nostra letteratura, come Joyce, Svevo, Saba e Slataper, fino a grandi autori della narrativa contemporanea del calibro di Claudio Magris e Paolo Rumiz.

Dieci storie di fantascienza triestina, dieci essenze di una città, Trieste, che respira il futuro e il limite come forse nessun altro luogo in Italia, in quanto essa stessa città di confine per eccellenza.

Gli AUTORI: Aloisio - Olivo - Davia - Longo - Furlani - Tonelli - Calabrese - Battiago - Sherwood – Berto
LINK PER L'ACQUISTO: KIPPLE, AMAZON, CARTACEO



venerdì 2 giugno 2017

Ad Astra

La casa editrice Zona 42 ha pubblicato da poco Ad Astra di Antonio de' Bersa, e la cosa non poteva che sollecitare il mio interesse, per una buona serie di motivi.

Intanto è un romanzo di (proto)fantascienza italiano scritto nel 1884 che parla di viaggi spaziali, ispirandosi a Verne.

Poi l'autore è un triestino, di origini dalmate (no, non i cagnetti), che è stato direttore del quotidiano asburgico L'Osservatore Triestino dal 1876 al 1905. Buona parte del romanzo è anche ambientata a Trieste: e sapete, quando mi mettete assieme "Trieste" e "Fantascienza" mi sciolgo.
Sono fatto così.

E non dimentichiamo anche che lo scopritore di questo romanzo, per decenni dimenticato da tutti nella Biblioteca Civica di Trieste, è Jacopo Berti, che ho avuto il piacere di conoscere prima sul suo blog Gene Egoista e dal vivo al Stranimondi 2016.

Ultimo fattore di interesse, il romanzo presenta una innovazione curiosa per quanto riguarda il volo spaziale. Il mezzo col quale i protagonisti volano sulla Luna è un oscillante, un sistema curioso che permetterebbe di vincere la gravità tramite l'uso della forza centripeta (o centrifuga, lo sapete, dipende dal sistema di riferimento) di un sistema oscillante.

Ma andiamo con ordine.

L'anno è il 3847 e il mondo vive una "pace profonda (...). Niente guerre, niente rivoluzioni: nessuna di quelle crisi tempestose che costavano agli antichi tanto sangue e tanto denaro".
Si sta così bene che la popolazione è in soprannumero rispetto alle disponibilità alimentari: "Dal censimento generale del 3754 risultò che la terra era abitata da sette miliardi. Che formicaio!".

Sì, il Bersa era un'ottimista.

Vengono proposte varie soluzioni, tra cui il cannibalismo. L'unica percorribile sembra essere colonizzare la Luna.

Ma come?

A trovare la soluzione è Giustina Cortoni, figlia del bibliotecario civico di Trieste. La Giustina, protagonista del romanzo, trova un antico documento risalente al 1883, nel quale un certo Francesco de Grisogono riporta la sua mirabile invenzione: l'oscillante. Il documento, e il personaggio, sono autentici: Grisogono era un matematico vissuto a Trieste (1861-1921), che aveva veramente proposto questo sistema di propulsione oscillante per il viaggio interplanetario. Lo fece una prima volta nel 1883 nel suo "Sulla possibilità di viaggiare gli spazi celesti" (stampato dalla Tipografia del Lloyd Austro-Ungarico), e di nuovo nel 1914 nel suo libro "Germi di scienze nuove".
Nota curiosa: era il nonno di Claudio Magris.

Il motore oscillante sembra avere qualche somiglianza con il Carrellino Oscillante del discusso e discutibile Marco Todeschini. Non investigo oltre: per questo post tolgo i panni dell'ingegnere e indosso solo quelli (più comodi) del lettore.

L'oscillante, chiamato Tellus, viene costruito e il lancio è previsto da una piattaforma dal Golfo di Trieste.
E Elon Musk zitto.

Non manca la storia d'amore, con la Giustina presa in uno scomodo triangolo tra il bello e timido Cleanmorn e il selvaggio e intelligente Tekhudej.

Seguiranno avventure, scontri e la conquista della Luna. Non vi anticipo tutto: leggetelo che è divertente. Come dice il Berti nell'introduzione: "l'opera di de' Bersa presenta svariati elementi della migliore fantascienza tout court, che non è semplice trovare, tanto meno tutti insieme, nella classica fantascienza avventurosa, nel meraviglioso scientifico degli emuli di Verne e forse in Verne stesso...".
E in effetti non manca niente: invenzioni "steampunk", battaglie aeree, esplorazione lunare con tanto di pericoli.

Alcune descrizioni poi sono notevoli. Prendete questa: "Un silenzio pieno di tetraggini, immane, assoluto, come l'assoluta oscurità degli spazii, come l'assoluta aridità del suolo, come la morte pietrificata da migliaia di secoli nelle viscere irrigidite dell'astro".
Brrr...

Il curatore Jacopo Berti e l'editore Giorgio Raffaelli erano a Trieste a presentare il libro. Li vediamo in questa foto dove presentano l'ultima edizione del romanzo assieme ad altre due dell'epoca:


mercoledì 2 dicembre 2015

Scipio Slataper (14 luglio 1888 - 3 dicembre 1915)

"Il monte Kal è una pietraia. Ma io sto bene su lui. Il mio cappotto aderisce sui sassi come carne su bragia; e se premo, egli non cede: sí le mie mani s'incavano contro i suoi spigoli che vogliono congiungersi con le mie ossa. Io sono come te freddo e nudo, fratello. Sono solo e infecondo. 

Fratello, su di te passa il sole e il polline, ma tu non fiorisci. E il ghiaccio ti spacca in solchi dritti la pelle, e non sanguini; e non esprimi una pianta per trattenere le nuvole primaverili che sfiorandoti passano oltre e vanno laggiú. Ma l'aria ti abbraccia e ti gravita come grossa coperta su maschio che aspetti invano l'amante.

Immobile. La bora aguzza di schegge mi frusta e mi strappa le orecchie. Ho i capelli come aghi di ginepro, e gli occhi sanguinosi e la bocca arida si spalancano in una risata. Bella è la bora. È il tuo respiro, fratello gigante. Dilati rabbioso il tuo fiato nello spazio e i tronchi si squarciano dalla terra e il mare, gonfiato dalle profondità, si rovescia mostruoso contro il cielo. Scricchia e turbina la città quando tu disfreni la tua rauca anima. Fratello, con la tua grande anima io voglio scendere laggiú. Perdonami, s'io balzo su come tu non puoi e t'abbandono. È come se d'improvviso una fonte t'infertilisse sgorgandoti dentro il cuore. Gorgoglia e fiotta la nostalgia irrequieta. Ho desiderio d'andare, fratello. Ho desiderio di possedere grandi campi di frumento e prati ombrosi. La patria è laggiú. Bisogna ch'io sia fratello d'altre creature che tu non conosci, che io non conosco, monte Kâl, ma vivono unite laggiú dove calano le nuvole turgide di piova. Anni giovani, che vi spalancate tremando come corolle di violette nella neve, dove volete gioiosi portarmi? Alzo le braccia e le riabbasso freneticamente come se avessi ali, e a ogni colpo i miei denti aggrappassero materia piú leggera e tanto diafana che l'anima mi si spandesse a formar l'alba d'una nuova vita. E sbalzo sul suolo, ripercosso dallo stesso monte che mi comprende e m'aiuta. Calo giú.

La bora mi schiaffa a ondate nella schiena e piombo, torrentaccio. I sassi voltolano e rotolano rombando. Ogni passo è nuovo, ché se il piede trova traccia si storce e stracolla. Giú. Il petto rompe a sperone l'aria. Giú, scivolando: un volo fino al ramo prossimo, al ciuffo d'erba che - un dito toccandolo - mi tiene in piedi. Scatta il sasso in bilico per buttarmi a rovina, s'apre in dirupo la terra per accogliermi sfragellato; ma le mie gambe sono dure e flessibili."

Da Il Mio Carso