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giovedì 10 maggio 2018

L'Alien 3 di William Gibson

Dopo il successo di Aliens: Scontro Finale (1986) la Brandywine Productions si mise subito in moto per realizzare un terzo film. Non è stato un lavoro facile: furono proposte una decina di sceneggiature diverse finché alla fine si scelse quella di David Giler e Walter Hill. 

La prima sceneggiatura fu scritta da William Gibson ed è disponibile su internet. 

Perché non andare a leggersela? 

Alla fine di Aliens avevamo lasciato Ellen Ripley, Rebecca "Newt" Jordan, l'androide Bishop e il caporale Dwane Hicks in ipersonno sulla Sulaco, di ritorno dopo aver sconfitto la Regina. 

FADE IN: 

DEEP SPACE - THE FUTURE 

The silent field of stars -- eclipsed by the dark bulk of an approaching  ship. CLOSER. 

ANGLE ON THE HULL 

A towering cliff of metal, Sulaco. 

Nello script la Sulaco viene abbordata da soldati dell’UPP – Union of Progressive People, una entità politica di tipo sovietico in Guerra Fredda con la Terra. 

Siamo negli anni ’80 e l’Unione Sovietica esisteva ancora. 
I militari dell’UPP prelevano Bishop (o almeno quello che ne resta dopo lo scontro con la Regina) e del materiale genetico xenomorfo. E cominciano a fare esperimenti sulla stazione Rodina. 

La Sulaco prosegue la sua rotta fino ad arrivare a una stazione spaziale amica, la Anchorpoint Station, dove viene abbordata dai militari e dal personale della Weyland-Yutani. 

Cambia il lato della Cortina di Ferro spaziale ma non la mentalità: anche su Anchorpoint cominciano gli esperimenti sul DNA xenomorfo. 

Due alien attaccano la squadra di ricognizione e vengono inceneriti: la battaglia danneggia però la capsula di Ripley, che resterà in coma per tutto il resto della storia. La piccola Newt viene messa sulla prima astronave per la Terra: del film precedente restano solo il caporale Hicks e Bishop. L’androide viene infatti riparato e restituito dall’UPP come segno di pace. 

Sapete già come va a finire: "escono dalle fottute pareti", morti, corsa contro il tempo prima che esploda tutto. 

Ci sono un sacco di elementi interessanti. 

La sceneggiatura sviluppava a piene mani il tema dell’ingegneria genetica applicata agli xenomorfi, cosa che si sarebbe vista solo in Clonazione diversi anni dopo. 

Compare un virus, trasmissibile per via aerea, dagli effetti xenomorficizzanti: gli sfortunati che se lo beccano diventano degli alien, con relative scene splatter del mostro che si toglie la vecchia pelle umana di dosso. Chiunque e in qualsiasi momento può trasformarsi in uno xenomorfo – un bel meccanismo per aumentare la tensione preso direttamente dalla Cosa di Carpenter. Qualcosa di simile si è poi visto in Prometheus e in Covenant, con la creazione di ibridi uomo-alien e altre varietà di creature.

As the chittering tooth-burr becomes a shrill SHRIEK of inhuman rage, the transformation takes place. Segmented biomechanoid tendons squirm beneath the skin of her arms. Her hands claw at one another, tearing redundant flesh from Alien talons. Then the shriek dies. She straightens up – and rips her face apart in a single movement, the glistening claws coming away with skin, eyes, muscle, teeth, and splinters of bone… SOUND of ripping cloth. The New Beast sheds its human skin in a single sinuous, bloody ripple, molting on fast forward. 
Trent vomits explosively. The Marine guard snatches his pistol from its holster and FIRES wildly across the table. Blind screaming chaos. 

Ci sono due personaggi femminili forti, Spence, la tecnica di laboratorio e Jackson, capo operazioni della stazione. Non mancano i classici “corporate men” fedeli alla causa della Weyland Yutani (sviluppare un’arma biologica usando come base gli alien) che ovviamente fanno una pessima fine. 

Viene introdotta per la prima volta l’idea che gli xenomorfi siano stati creati artificialmente, cosa poi resa ufficiale in Prometheus. 

SUSLOV 
Perhaps it is the fruit of some ancient experiment... A living artifact, the product of genetic engineering... A weapon. Perhaps we are looking at the end result of yet another arms race... 

Il tema degli xenomorfi come armi si ricollega quindi a una corsa agli armamenti aliena e al tema della Guerra Fredda, presente nella sceneggiatura con un twist: a salvare gli eroi, americanissimi e servi della multinazionale, alla fine della storia è un soldato dell’Impero Galattico Sovietico, unica superstite della stazione spaziale dell’UPP. 

Non manca la morale fatta da Bishop: 

BISHOP 
You're a species again, Hicks. United against a common enemy... 

HICKS 
Yeah? 

BISHOP 
The source, Hicks. You'll have to trace them back, find the point of origin. The first source. And destroy it. 

HICKS 
I dunno, Bishop. Maybe we just oughta stay out of their way... 

BISHOP 
You can't, Hicks. This goes far beyond mere interspecies competition. These creatures are to biological life what antimatter is to matter. 

HICKS 
How do you mean? 

BISHOP 
There isn't room for the both of you, Hicks, not in this universe. 

HICKS 
That's crazy, Bishop... 

BISHOP 
No. You're already at war, Hicks. War to extermination. The alien knows no other mode. 

HICKS 
Hell, man, we been at war all my life. Near enough, anyway. With her. (he looks down at the commando) With all her brothers and sisters. That's what got us into this shit in the first place! 

BISHOP 
But now you've seen the enemy, Hicks. So has she. She's not it. Neither are you. This is a Darwinian universe, Hicks. Will the alien be the ultimate survivor? 

Hicks doesn't answer. He just looks at Bishop. Bishop goes back to his circuitry. 

Il film sarebbe stato migliore dell’Alien 3 che è poi andato al cinema? 

Difficile dirlo – si tratta pur sempre di comparare un film fatto e finito con una sceneggiatura. Nel leggere lo script la fantasia aiuta molto e permette una caratterizzazione dei personaggi che altrimenti sarebbe solo abbozzata. 

L’Alien 3 uscito ha dalla sua l’interpretazione di Sigourney Weaver – una grande attrice, c’è bisogno di ricordarlo? – e l’ambientazione. Non ci sono più marine supercazzuti con armi e lanciafiamme; non ci sono nemmeno i camionisti spaziali del primo film. Ci sono invece dei criminali chiusi in una prigione, avanzi di galera che si trovano ad affrontare qualcosa peggio di loro. 

Il non-Alien 3, pur mancando la Weaver, avrebbe avuto dalla sua Michael Biehn e Lance Henriksen, che anche come attori sanno il fatto loro (vabbè, forse Henriksen più di Biehn). L’ambientazione sarebbe stata una stazione spaziale e non sarebbero mancati i marine supercazzuti, che nonostante tutto hanno sempre il loro perché. 

Gli interni della stazione spaziale, con i suoi corridoi di metallo, unità abitative, strutture per la produzione di cibo e di aria, sarebbe stata molto interessante da vedere, soprattutto se fossero riusciti a darle un carattere speciale come in precedenza avevano fatto con la Nostromo o con la colonia su LW-426. 

A station the size of a small moon, and growing; unfinished sections of hull are open to vacuum. A vast, irregular structure, the result of the shifting goals of successive administrations. 

INT. AEROPONICS FARM 
State of the art. Epcot-style soilless cultivation. Tall A-frame structures of white styrofoam are studded with hundreds of precisely spaced plants, their roots watered by periodic bursts of high-pressure mist. Vegetables sprout from the sides of tapering styrofoam columns. All of the wreathed in mist under brilliant halogen lamps. 

Soprattutto si sarebbe visto l’effetto dell’invasione aliena, della contaminazione, su una popolazione civile impaurita e tenuta all’oscuro di tutto. 

Gibson lavorò a un secondo draft della storia, mentre altri sceneggiatori scrivevano versione alternative. Dopo un po’ di anni e una pila alta un piede di proposte, la scelta cadde sul testo di David Giler e Walter Hill. 

Il resto è storia.

venerdì 20 ottobre 2017

Quello che succede mentre sei impegnato a fare altro

Uno non può andarsene via per un paio di settimane che succede di tutto.

Ero in navigazione nell’Oceano Pacifico, tra la California e il Messico, a fare rilievi ambientali a bordo di una nave. Il mio solito hobby.


E cosa succede di bello durante la mia assenza?

Esce Blade Runner 2049, e tutta internet sembra impegnata a recensirlo. Io lo devo ancora vedere: le recensioni che ho sbirciato sono positive, il film sembra essere interessante e sono cautamente ottimista. Anche se mi sono perso l’uscita di questo atteso sequel (ma conto di recuperare nel fine settimana), mi sono rifatto durante il lungo viaggio di ritorno in aereo, grazie all’in-flight entertainment della Lufthansa. Mi sono guardato Abu Shanab, uno spassoso film comico egiziano (che merita il primo posto per la simpatia della protagonista), 大闹天竺(Buddies in India), film cinese ambientato in India e Shock Wave, film action di Hong-Kong: tutta roba che penso non vedremo mai nei cinema Italiani. E che forse è introvabile anche su emule.


                 

Poi è stato annunciato Arabrab di Anubi, di Alessandro Forlani. Ho avuto l’occasione di leggere alcuni dei racconti in anteprima e penso che un appassionato di Sword&Sorcery non può perdersi questa raccolta.
Arabrab è un'assassina devota al Dio dei Morti: sottratta da adolescente a una vita da principessa, gli intrighi e le ipocrisie della corte dei Faraoni, è iniziata alle arti nere da un sacerdote dello Sciacallo. Combatte culti, poteri oscuri, mostri, demoni e nemici dell'Egitto in avventure attraverso il Mediterraneo nella cupa e feroce Età del Bronzo. Dalle Piramidi alla Sardegna a Cnosso, il Lazio pre-romano, le tombe degli Etruschi, le isole del Mar Egeo e le foreste dell'estremo Nord, Arabrab si scontrerà con guerrieri e negromanti, automi, concubine, non-morti ed entità soprannaturali: in un viaggio anche interiore e doloroso nella propria condizione di non più del tutto umana... Un romanzo di sangue e spade, meraviglie e oscurità!
Il buon Zeno Saracini del forum Cronache Bizantine si è laureato: magari la cosa potrebbe non interessarvi, ma almeno adesso avrà (spero) più tempo da dedicare al suo interessante blog. Prima di sparire per motivi universitari è riuscito a tirare fuori ben tre post di notevole spessore uno dietro l’altro: so quanto sia difficile scrivere dei post interessanti e intelligenti (io non ci sono ancora riuscito) ma spero che ritorni a farlo con regolarità. Nel frattempo, complimenti per il risultato!

Mi sono perso lo Stranimondi 2017. Vi avevo partecipato nel 2016 e mi dispiace non esserci andato quest’anno – c’erano diversi interventi che mi interessavano e mi avrebbe fatto piacere incontrare molti dei miei contatti e amici su internet. Inoltre è stato annunciato il racconto vincitore del primo Premio Urania Short: Saltare Avanti di Linda De Santi, alla quale vanno i miei complimenti.

(cliccate per ingrandire)

Ebbene sì, il mio Ascensione Negata si è piazzato al secondo posto.


Scherzi a parte, sono molto felice per il risultato.

sabato 18 marzo 2017

Astronavi giapponesi

Dopo la serie di articoli sulla storia del design delle astronavi, invece di chiudere il discorso ho deciso di scrivere alcuni post su alcuni argomenti più specifici, sempre però riguardanti le astronavi della fantascienza.

Nei post ho parlato quasi prevalentemente di astronavi apparse al cinema, prendendo in considerazione per la maggior parte film hollywoodiani. Tanto per allargare il discorso, vediamo oggi quali astronavi sono state partorite dalla fantasia degli autori e dei disegnatori giapponesi.

Su internet si trova molto materiale su manga e anime, e più in generale sulla cultura giapponese. Purtroppo non ho trovato fonti che parlino nello specifico delle astronavi nella fantascienza giapponese. Per scrivere questo articolo sono ricorso ai miei ricordi d'infanzia e agli articoli relativi alle singole serie. Non arrabbiatevi quindi se non ho inserito la vostra serie anime o manga preferita.

Il discorso non può che cominciare che da Leiji Matsumoto. La tripletta Galaxy Express 999, Capital Harlock e Yamato sono la base di chiunque sia cresciuto a partire dagli anni '70. Almeno lo spero per lui.

In Galaxy Express 999 (1977) abbiamo un treno spaziale (e già con questo potrei chiudere qui il post). L'idea era venuta a Leiji leggendo il romanzo di Ginga Tetsudo no Yoru (Una Notte sul Treno della Via Lettea) dell'autore giapponese Kenji Miyazawa (1927). La locomotiva è ispirata alla JNR C62 giapponese.


 Viene la tentazione di bollare l'idea di un treno spaziale come fantasia... ma qualcuno l'ha proposto veramente: si tratta dello StarTrain capace di lanciare in orbita fino a 300000 tonnellate di materiale, anche se l'idea somiglia molto più a uno space lift che a un treno vero e proprio.


Mentre il Galaxy Express 999 era ispirato a un treno, scelta alquanto singolare per un'astronave, la Yamato (Uchu senkan Yamato, Star Blazers, 1974) è ispirata all'omonima nave da guerra giapponese affondata nel 1945.


In Capitan Harlock abbiamo l'Arcadia, o meglio le due Arcadia, la Blu e la Verde, molto diverse tra loro. L'esistenza di due Arcadia va imputata a motivi sull'uso dei diritti del modello della nave. Come apprendiamo da Wikipedia: "all'epoca l'azienda giapponese produttrice di giocattoli Takara Co., Ltd. possedeva i diritti dei modelli di Capitan Harlock mentre la rivale Bandai Co. possedeva i diritti dei modelli di Galaxy Express 999, un'altra fortunata serie di Leiji Matsumoto. Quando Harlock doveva comparire nei primi numeri di Galaxy in un cammeo, la Bandai ottenne dallo Studio Nue una versione alternativa della nave, la "Verde" appunto, per evitare pubblicità gratuita alla concorrenza "
La mia preferenza va alla versione verde, perché andare in giro con un teschio sulla prua è da veri duri.


Da notare come sia la Yamato che l'Arcadia sono astronavi con delle forme che tradiscono chiare ispirazioni navali. 
Per restare in ambito piratesco ricordiamo anche la Queen Emeraldas dell'omonima pirata, che assomiglia a un galeone appeso a un dirigibile.


Ma parlare di Matsumoto rischia di far salire troppi ricordi e l'inevitabile lacrimuccia di malinconia. Quindi lo rimettiamo in quella parte speciale del  nostro cuore e andiamo avanti...

... per fermarci poco lontano con Capitan Futuro, altra serie mitica di quegli anni, e ispirata alle storie di Edmond Hamilton degli anni '40 e '50. Quella che nei romanzi era descritta come un velivolo a forma di goccia, nell'anime di Katsumata del 1978 diventa un'astronave che prende di sicuro ispirazione alla Discovery di 2001: Odissea Nello Spazio.



Parliamo un attimo degli I-400. Niente fantascienza: si tratta di sommergibili-portaerei giapponesi della seconda guerra mondiale. Sono stati i più grandi sommergibili costruiti, almeno fino a quelli a propulsione nucleare. Ne furono costruiti solo una manciata, e nel 1944: troppo tardi per essere impiegati a dovere.
Pensateci un attimo: portaerei che trasportano aerei sotto il mare. Dal mare al cielo – è un percorso già fatto dalle (astro) navi di Leiji, e che viene seguito anche dal Gotengo (Atragon), il sottomarino (derivato dagli I-400) capace di volare e che affronta Godzilla e altri kaiju in diversi film giapponesi. Non è un'astronave, ma lo ricordiamo perché a esso si ispira invece Gohten, il velivolo spaziale usato dai terrestri per combattere contro gli alieni di Messiah 13 nel film Wakuseidaisenso della Toho. Sia la Gotengo che il Gohten hanno un'enorme trivella sulla loro prua – un design che poche astronavi possono vantare.

Il Gotengo

Il Gohten

In Knights of Sidonia (2009) appare l'omonima astronave Sidonia, una nave colonizzatrice terrestre fuggita dalla Terra devastata dagli alieni Gauna. È un colosso di 29 chilometri di lunghezza con un oceano interno e un asteroide attaccato addosso da usare come miniera. È stata concepita da Tsutomu Nihei, che ci aveva già abituato a scenari immensi e allo stesso tempo opprimenti con Blame!

La Sidonia nello spazio

Schema dell'interno della Sidonia

La città "verticale" dentro la Sidonia

Restando sempre nel campo delle astronavi gigantesche non possiamo dimenticare la Super Dimensional Fortress 1 della serie Macross (SDF-1). In Italia negli anni ottanta guardavo la serie Robotech, che è nata dalla fusione di tre anime: Macross, Southern Cross e Kiko soseiki Mospeada. Non so come o a chi è venuto in mente di fare una cosa simile, so solo che a distanza di decenni mi resta il ricordo di robotoni che si sparavano addosso, che è la cosa più importante.
La SDF-1 aveva al proprio interno un'intera città giapponese e si poteva trasformare in un robotone da combattimento. Cosa si può pretendere di più?


Per restare in tema di Robotoni mi segnalano la Base Bianca SCV-70 della serie Gundam (1979), una porta-robotoni spaziale. Da notare come non manchino una torretta e antenne varie in stile "Leiji-navale". Confesso che non ho mai seguito molto questa serie, ma da una ricerca su internet sembra che la Base Bianca non si trasformi in qualche forma di robotone. Peccato.

Per finire la serie astronavi/robot, mettiamoci dentro anche Goldrake (1975) che andava in giro a bordo di un UFO.


Tornando nell'ambito marinaro tanto caro ai giapponesi, citiamo il Nautilus e il Nuovo Nautilus di Il Mistero della Pietra Azzurra. Si tratta più che altro del "solito" sommergibile volante che tanto piace ai giapponesi, costruito su design di astronavi atlantidee.




E a questo punto mettiamoci dentro anche Blue Noah, un altro sottomarino trasformato in astronave, nell'omonima serie del 1979. 

L'elenco potrebbe essere lungo, finiamo qui citando la Nadesico della serie Kidou Senkan Nadeshiko (1996). L'anime è una citazione e parodia di moltissime serie giapponesi. La Nadesico per forma e funziona rimanda a Gundam (ha pure i colori della White Base), Macross (per come salta nell'iperspazio) e Yamato (per l'arma spaziale e perché richiama la Yamato Nadeshico, l'idea di bellezza femminile giapponese).


Viene da chiedersi come mai i giapponesi siano così fissati con i sommergibili. Ho chiesto aiuto al buon Zeno Saracino del blog Cronache Bizantine, che mi ha segnalato alcuni interessanti articoli sull'arrivo della fantascienza in Giappone. In breve, i giapponesi si sono innamorati di Verne a fine 1800, tanto che una delle serie di romanzi di maggior successo a inizio novecento dalle loro parti è stata quella di Kaitei gunkan ("La nave da battaglia sommergibile") di Oshikawa Shunro, dove appare appunto un sommergibile ultra-avveniristico. La presenza di tanti sommergibili volanti deriverebbe quindi, è l'idea che mi sono fatto, da un primo amore dei giapponesi per Verne.

sabato 11 febbraio 2017

Il futuro nei film

Ho spesso avuto l'impressione che la nostra visione del futuro si stia "restringendo" a futuri sempre più vicini, rischiando di finire a non poter vedere oltre a un presente immediato che si estende uguale a se stesso per l'eternità.
Spinto da una certa curiosità ho preso un elenco di film di fantascienza e ho comparato l’anno nel quale sono stati realizzati con l’anno nel quale sono ambientati. Ho escluso quelli ambientati nel loro presente, e ho ottenuto così una lista di quasi 500 film.
In questo grafico potete vedere la distribuzione dei film:



Ho escluso i film ambientati in un futuro remoto quali quelli tratti da La Macchina del Tempo o da Dune. Quelli tratti dal romanzo di Wells usano le stesse date del libro, quindi diciamo che teoricamente dovrebbero riferirsi all'anno di scrittura del medesimo, il 1895. Dune l'ho escluso perché ambientato in un futuro talmente remoto da essere privo di senso: il 10191 AG, ovvero dopo il monopolio della Gilda, che da quello che risulta dalle cronologie succederà qualcosa 14000 anni nel futuro.

Ecco il grafico risultante:



Si nota subito il picco degli anni ’60: i film di quegli anni sono ambientati in media 500 anni rispetto al loro presente. C' un film degli anni '60, ovvero Journey at the Center of Time, che è ambientato nel 6967 DC e che potrebbe sballare la statistica, ma anche togliendolo il picco degli anni '60 resta.

Gli anni ’50 e ’70 invece presentano film ambientati in media 170-180 anni dopo la loro epoca.
Abbiamo un piccolo picco negli anni ’80 (+213 anni dopo in media) per poi avere un crollo negli anni ’90, dove i film presentavano un futuro in media 90 anni dopo circa attribuibile quasi sicuramente al cyberpunk.

Ritorniamo a valori “normali” negli anni 2000 (+170 anni in media) e abbiamo un piccolo calo nella decade attuale.

Ho provato anche a fare le medie per lustro invece che per decennio. Potete vedere qua sotto il grafico. Tenete conto che per esempio 1965 vuole dire i film usciti tra il 1965 e il 1970. C'è sempre un picco negli anni '60.



Risultati interessanti si hanno anche quando si va a vedere la deviazione standard della serie di dati, che come ricorda Wikipedia rappresenta "Lo scarto quadratico medio è uno dei modi per esprimere la dispersione dei dati intorno ad un indice di posizione, quale può essere, ad esempio, la media aritmetica o una sua stima."
Lo spiega bene questo grafico:

Negli anni '90 il futuro era, in media, quello di lì a 90 anni, e non ci si allontanava tanto da lì (deviazione standard più bassa) mentre per esempio negli anni '60 la dispersione del dati è maggiore: ci si immaginava più facilmente un futuro più lontano ancora rispetto alla media (deviazione standard più alta).

È una statistica relativa solo ai film. Non ho ancora trovato o raccolto abbastanza informazioni per esempio sui romanzi di fantascienza da poter fare un confronto e una verifica.

Cosa ne pensate?

venerdì 13 marzo 2015

L'evoluzione del design delle astronavi nella fantascienza - Gli Anni '80

Nella mia serie di post sull'evoluzione del design delle astronavi nella fantascienza, ero arrivato agli anni '70. Tocca ora agli anni '80.

E qui le cose si fanno un po' complicate. Io sono nato e cresciuto negli anni '80 (lo so, non è una cosa della quale vantarsi), e per l'eccessiva vicinanza e per mio personale coinvolgimento in quegli anni, mi è difficile mantenere la dovuta prospettiva storica. Essendo noi ancora così vicini agli anni '80, ho anche delle difficoltà a cogliere dei trend generali, come per esempio ho fatto con i razzi e i dischi volanti degli anni '50.

Proviamo lo stesso. Negli anni 80 si sono moltiplicati i film e le serie tv di fantascienza, e in proporzione si sono moltiplicati i modelli di astronavi adoperate. Cercherò di portare gli esempi più interessanti o particolari, chiedendo scusa a quei capitani le cui astronavi, per quanto degne di essere nominate, non ho preso in considerazione.

Iniziamo subito con la prima, e per ora unica, astronave con le tette, la Nell di Battle Beyond the Stars (in Italiano, I Magnifici Sette nello Spazio), orrido filmone trash, brutta copia di Guerre Stellari, che Jimmy T. Murakami e Roger Corman hanno diretto nel 1980.



È un'astronave. Color carne. Con le tette. Iniziamo bene gli anni '80, che dite?

Per fortuna Sean Connery, l'hanno successivo, ci fa dimenticare la Nell recitando nella trasposizione fantascientifica di Mezzogiorno di Fuoco, Outland (Atmosfera Zero in italiano). Nel film l'unico veicolo spaziale che compare è un semplice shuttle. Ha un ruolo marginale, ma mi è rimasto impresso per come è stato realizzato. È un ottimo esempio di funzione industriale vs forma.


Lo shuttle è composto solo da un carico attaccato a dei razzi, la superficie è ricoperta di greeble (le irregolarità che si aggiungono per rendere le superfici più dettagliate). Nel complesso risulta abbastanza inquietante, sembra un'evoluzione deviata dei moduli Eagle di Spazio 1999 (dei quali abbiamo parlato nella puntata precedente).

Nel 1982 esce La Cosa (The Thing) che in questa sede ricordiamo per il disco volante con il quale il mostro del titolo arriva sulla Terra. Il film non mostra molto l'astronave, e per godercela tutta dobbiamo vedere le foto del modellino. Lo cito qui per il disegno azteco presente sulla sua superficie, analogo a quello della nuova Enterprise di tre anni prima. Umani o alieni, per dettagliare una superficie senza aggiungere greeble si ricorre sempre allo stesso trucco.


Saltiamo un paio d'anni, e passiamo a Giochi Stellari (The Last Starfighter, regia di Nick Castle). Ricordiamo la Gunstar non solo perché è figa, ma anche perché realizzata al computer.


La compagnia Digital Productions realizzò ben 27 minuti di CGI usando un computer Cray X-MP. Leggiamo su wikipedia:

For the 300 scenes containing computer graphics in the film, each frame of the animation contained an average of 250,000 polygons, and had a resolution of 3000 × 5000 36-bit pixels. Digital Productions estimated that using computer animation required only half the time, and one half to one third the cost of traditional special effects.

Iniziamo ad abituarci: la CGI verrà sempre più utilizzata negli effetti speciali e nella realizzazione dei modelli usati nei film di fantascienza.

Nel 1985 esce 2010, il seguito di 2001: Odissea Nello Spazio. So che l'idea di un seguito del film di Kubrick suona eretica, blasfema, ridicola e qualsiasi altro aggettivo vogliate usare, ma tralasciamo il giudizio sul film e concentriamoci sull'astronave Leonov.



La Leonov è stata creata da Albert Brenner e Syd Mead, e secondo me rappresenta bene il punto di vista americano sull'evoluzione futura del design tecnologico russo degli anni '80.
Troppo complicato? Allora mettiamola così: è puro sovietpunk, essendo un'astronave sovietica del 2010.

È brutta, come la Nostromo di Alien. Ha una sezione rotante, per generare la gravità, ben visibile dall'esterno. A pensarci bene, è proprio la sezione rotante che rende l'astronave così viva. Infine, il suo design ha ispirato le astronavi classe Omega di Babylon 5. Non male, vero?

L'anno successivo abbiamo Flight of the Navigator, con un'astronave esattamente opposta alla Leonov. Ideata da Bill Creber, e realizzata con la CGI da Jeff e Randall Kleiser, quest'astronave ha una superficie liscia, lucida, cromata, che richiama certi aspetti dell'art decò degli anni '50. La CGI permette di realizzare un velivolo che riflette l'ambiente circostante e che può cambiare forma. Di fatto anticipa di cinque anni l'effetto speciale del metallo liquido di Terminator 2.



Nel 1986 abbiamo anche la Sulaco di Aliens. L'astronave che porta i marines su LW-426 è un buon esempio di design militar-spaziale, che troverà numerose ispirazioni nei decenni successivi, specialmente nel campo dei videogiochi. Il design della Sulaco è ispirato sia a quello di un fucile sia  a quello dei sottomarini da guerra. James Cameron aveva brevemente descritto l'arrivo della Sulaco come:
a forest of antennae enter the frame, followed by the enormous bulk of the SULACO.
Ron Cobb concepì all'inizio una sfera da cui si protendevano della antenne, ma l'astronave così ideata non figurava bene sullo schermo. Si passò quindi al design che conosciamo, rigido, meccanico, che urla "esercito" da tutti i greeble.


E Star Trek? Possiamo dimenticare Star Trek? Assolutamente no. L'Enterprise non è andata in pensione negli anni '80, con ben tre film e una nuova serie televisiva, The Next Generation, iniziata nel 1987.
Ricordiamo qui Star Trek III: Alla Ricerca di Spock, perché introduce l'Uccello Predatore klingon, astronave destinata a un grande successo nel franchise di Star Trek, tanto da ricomparire in quasi tutte le successive serie televisive e film. Il Bird of Prey ricorda un uccello, con tanto di piume rappresentate sulle sue ali meccaniche. Il design deriva all'omonimo Bird of Prey romulano: infatti originariamente doveva essere un'astronave romulana rubata dai klingon.


E veniamo all'Enterprise-D, la reincarnazione degli anni '80 della celebre astronave.


Le forme dritte, nette e precise dell'Enterprise originale lasciano spazio a curve organiche. Mentre l'originale era una serie di forme geometriche attaccate assieme (cilindri, parallelepipedi, dischi), la "D" è un tutt'uno compatto dove si passa dalla sezione a disco a quella motori alle gondole di curvatura senza soluzione di continuità.

Meritano un cenno anche gli interni. Il concept originale del ponte di comando della "D" non prevedeva terminali o altro genere di interfacce con la strumentazione di bordo: i personaggi avrebbero dovuto interagire con il computer solamente tramite comandi vocali. Avevano anche immaginato di abbellire l'ambiente con delle piantine da appartamento. Sul serio. L'idea deve essere sembrata esagerata, tanto che furono introdotte le console di comando.


Il ponte di comando, comunque, con le sue superfici in legno, le sue linee curve, i suoi tappeti, non sembra essere il centro di controllo di un'astronave: l'atmosfera è molto più rilassata e informale, come si addice a un'astronave da esplorazione che porta anche delle famiglie a bordo. È stata definita una sala per cocktail spaziale, un Hotel Hilton tra le stelle.

The Next Generation introduce anche gli schermi LCARS, che anticipano di qualche decennio i touchscreen degli smartphone.


Parlando di TNG, ha senso spendere due parole per un altro paio di astronavi introdotte in questa serie.
La prima è l'astronave da battaglia romulana di classe D'deridex, dal design impressionante e dall'estetica minacciosa.



La seconda astronave è altrettanto minacciosa e inquietante, pur avendo una forma geometrica semplice. Stiamo parlando ovviamente del cubo Borg, che getta via centocinquanta anni di evoluzione del design delle astronavi. È pura funzione a scapito di qualsiasi estetica. C'è la completa assenza di direzione, ordine, gerarchia delle parti. Il cubo vola nello spazio. Fine della storia. La resistenza è inutile.


Negli anni '80 abbiamo visto un po' di tutto, e siamo passati dall'astronave con le tette al cubo Borg. In mezzo, ogni cosa possibile immaginabile. Lascio a voi ogni commento o giudizio.