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domenica 28 marzo 2021

Pornotopia e distopia libidica in Hogg


Hogg è un romanzo che Samuel Delany ha iniziato a scrivere nel marzo del 1968 quando abitava a San Francisco e la cui prima bozza è stata finita nel giugno dello stesso anno, pochi giorni prima dei Moti di Stonewall. È rimasto come bozza scritta su blocknotes fino all'ottobre 1973 quando venne rivisto e completato.
Per i successivi 20 anni nessun editore ha avuto il coraggio di pubblicarlo.
La voce narrante è quella di un ragazzino di undici anni, chiamato solo “Cocksucker” che diventa lo schiavo sessuale di un certo Hogg, uno dei personaggi più depravati della storia della letteratura. Se conoscete personaggi peggiori, non fatemelo sapere che non ci tengo.

They call me Hogg 'cause a hog lives dirty. I don't wash none. And when I get hungry, I eat my own snot […] I don't even take my dick out my pants to piss most times, unless it's in some cunt's face. Or all over a cocksucker like you.

Hogg è un artista dello stupro, viene pagato per violentare e degradare donne che hanno fatto qualche sgarro a qualche uomo. Tra uno stupro e l'altro coinvolge Cocksucker in una serie di perversioni che comprendono pedofilia, omicidi, torture, incesti, coprofilia, necrofilia e altre cose ancora più rivoltanti.

Il grosso del romanzo riguarda gli incontri sessuali (consenzienti o meno) di Hogg e Cocksucker con una serie di personaggi a vari livelli di depravazione.

Hogg e il narratore arruolano una banda di stupratori; il protagonista finisce venduto a un certo Big Sambo, capitano di rimorchiatore che tiene la propria figlia come giocatolo sessuale. Hogg, mosso da un affetto molto malato ma comunque sincero, va a salvare il suo schiavo. Alla fine della storia il ragazzino, che non ha detto niente per tutto il romanzo, pensa di lasciare Hogg alla prima occasione.

Nel frattempo uno della banda, che si era ficcato un chiodo nel pene ( della putrefazione del quale abbiamo un resoconto dettaglio), impazzisce e fa una strage uccidendo gente a caso nelle loro abitazioni.

Hogg è un criminale, un depravato, il peggio di quello che può diventare un essere umano, interessato solo al proprio piacere personale e senza alcuna empatia nei confronti delle vittime. È cosciente di quello che rappresenta. Addirittura cerca quasi di giustificarsi. Col suo "lavoro" dice,

You ain’t droppin’ no bombs on five hundred people you ain’t never seen. You ain’t signin’ no papers that’s gonna put a thousand people who ain’t never heard your name out of a house and a job. You ain’t enjoy’ no benefits that come down to pike three years after you finished with hurtin’ folks didn’t even know existed, much less you was hurtin’ them.

Ma in realtà le sue non sono giustificazioni, la sua unica giustificazione per quello che fa è che gli andava di farlo. Però gli piace tanto parlarsi addosso.

I’ll tell you, Ray. I usually wait a little while before I call any man normal or not. And even with the waitin’, I still ain’t sure, when I get around it, if it’s a compliment.
E più avanti nel testo:
I think I ain’t never met a normal, I mean normal, man who wasn’t crazy! Loon crazy, take ’em off and put ’em away crazy, which is what they would do if there wasn’t so many of them. Every normal man—I mean sexually normal, now—man I ever met figures the whole thing runs between two points: What he wants, and what he thinks should be. Every thought in his head is directed to fixing a rule-straight line between them, and he calls that line: What Is.... That’s what a normal man thinks is reality. On the other hand, every faggot or panty-sucker, or whip jockey, or SM freak, or baby-fucker, or even a motherfucker like me, we know, man, that there is what we want, there is what should be, and there is what is: and don't none of them got anything to do with each other unless we make it.

Dopotutto anche questo tipo di chiacchiere sono una provocazione, perché come diceva Deleuze, il ragionamento stesso è una forma di violenza, e Hogg lo capisce figuratevi se si lascia sfuggire l’occasione di essere violento anche ragionando.

Hogg e Cocksucker sono due archetipi. Hogg è l’uomo-maiale che butta giù tutto (letteralmente, sul serio: letteralmente) per soddisfare i suoi sensi e la sua fame. Cocksucker è il giovane del tutto succube dell’adulto e delle sue depravazioni. Accetta, volontariamente, tutto quello che gli viene fatto e chiesto di fare. Non esprime alcun commento morale sul suo padrone. Non si può neanche parlare di Sindrome di Stoccolma, perché il narratore è così anche prima di incontrare Hogg.
Cocksucker è inquietante perché non ha paura del suo padrone, sembra partecipare volentieri: è una sfida narrativa al concetto di abuso.

Il rapporto tra i due si rompe quando Hogg confessa che prova dell’affetto per il ragazzo, che vorrebbe prendersi una vacanza con lui. Vacanza come la intende Hogg: legare lo schiavo da qualche parte e violentarlo e farlo violentare a ciclo continuo. A quel punto Cocksucker smette di venerare Hogg e decide di lasciarlo. Come Hogg reagirà viene lasciato alla nostra immaginazione: lascerà andare il suo schiavo o lo ucciderà? Non lo sappiamo, perché il romanzo finisce con Hogg che gli chiede cosa stia pensando e lui dice la prima, ultima e unica sua battuta in tutto il libro: "Niente".

Ed è dura ammetterlo, ma a sapere che Hogg verrà lasciato da lì a breve si prova addirittura pena per lui. Dopotutto, è proprio la compassione che manca in tutto il romanzo.


Viene da chiedersi come mai l'autore, all'età di 27 anni, dopo numerosi successi in ambito fantascientifico, abbia deciso di scrivere Hogg. Ma l'autore ha fatto della defamiliarizzazione uno dei suoi tratti distintivi e credetemi non c'è nulla di più defamiliarizzante di questo romanzo.

Hogg è la rappresentazione della frustrazione dell’autore per una società maschilista, eteronormativa e omologante. Frustrazione che all'epoca, prima dei moti di Stonewall, non aveva avuto modo di manifestarsi e sfogarsi.

Le donne sono sempre vittime nel mondo di Hogg (e vedremo tra un attimo come mai sia un mondo a parte); l'autore in varie interviste ha dichiarato di aver conosciuto sia un tizio che si dichiarava essere "artista dello stupro" che una donna vittima di un gruppo di uomini pagati per violentarla.

Un'altra delle interpretazioni avanzate è che Hogg sia il mondo come lo vedono gli omofobi più estremi: un mondo di violenza, senza amore, dove nessuno è al sicuro e gli omosessuali esistono solo per distruggere l'ordine costituito.

Con Hogg Delany attacca quella che Lauren Berlant, nel suo Cruel Optimism del 2011, ha definito "la bella vita" (the good life), una fantasia de-politicizzata imposta sulla società.

È pornografico? È descritto troppo nei dettagli, e a leggerlo si prova ribrezzo piuttosto che eccitazione (almeno lo spero per voi). È anti-pornografico, comunque categoria del porno.

È scritto benissimo, dove per benissimo intendo una prosa rigorosa, dettagliata, onesta. La prosa è calma ma incessante, priva di distrazioni nella sua semplicità e chiarezza. C'è la fedele rappresentazione dei cinque sensi, così vivida che ti pare di sentire e vivere tutti gli atti commessi.
Peccato siano atti disgustosi.

Descrive tutto? No: certi eventi non sono narrati ma riportati e riassunti, come la strage omicida ascoltata alla radio. Ma la scelta su cosa mostrarci e cosa no non dipende da considerazioni morali ma estetiche, perché anche la sofferenza è un’emozione estetica. Riprende il concetto di osceno nella sua radice linguistica di ob skené, ovvero fuori scena, perché anche se il teatro greco non si faceva problemi a raccontare di cose orribili (incesti, stupri, stragi) non sempre le metteva in scena.

Hogg pone il lettore davanti a un grosso dilemma. Come valutare il testo che scrive in maniera eccellente di cose orribili? Cosa pensare di una prosa raffinata che ci descrive benissimo atti così disgustosi tanto da farci vomitare?

Hogg è ambientato in quella che l’autore ha detto essere la città di Pornotopia (riprendendo un concetto di Steven Marcus espresso in The Other Victorians del 1966), e che altri hanno chiamato Distopia Libidica. È una città senza nome dove solo i nomi di certi quartieri sono menzionati: Crawhole, Frontwater e Ellenville. È un mondo parallelo dove la depersonalizzazione attribuita a pornografia e prostituzione diventa il cuore della società. È un mondo hobbesiano dove la vita è spiacevole, grezza, e breve, e in mano a uomini-maiale. Da un certo punto di vista, è fantascienza. D'altra parte, come aveva notato Susan Sontag nel suo The Pornographic Imagination del 1967, pornografia e fantascienza sono molto simili in quanto entrambe hanno luogo in una iperrealtà.

Il porno, come ha notato J. G. Ballard lodando Hogg, è la forma più politica di narrativa, e il romanzo è fortemente politico – gli uomini sono sempre al potere, con poche concessioni alla classe sociale o al colore della pelle, e le donne sono sempre vittime.

mercoledì 11 novembre 2020

The Atheist in the Attic

“Is a poet someone who wants only to describe things, while a philosopher is someone who wants to describe things so that they will reflect and even explain the differences and forces that relate them all and hold them together?
“Or sometimes tear them apart.”
La serie Outspoken Authors della PM Press è una collana di volumetti molto brevi, di formatto tascabile, ma con contenuti molto interessanti e spesso provocatori. La serie è curata dallo scrittore di fantascienza Terry Bisson, e tra gli autori pubblicati troviamo Ursula K. Le Guin, Michael Moorcock, Rudy Rucker e Joe Lansdale.


Il volume The Atheist in the Attic è stato scritto da Samuel Delany e contiene la novella omonima, il suo saggio Racism and Science Fiction del 1998 e un'intervista con Terry Bisson.


The Atheist in the Attic

Questa novella, che occupa la maggior parte del volume, narra l'incontro tra Baruch de Spinoza e Gottfried Wilhelm von Leibniz avvenuto nel novembre del 1676.

Leibniz, che all'epoca aveva trenta anni, visita la città di The Hague allo scopo di incontrare Spinoza, che di anni ne aveva quarantatré, e discutere con lui del concetto di Deus Sive Natura che aveva portato a un'accusa di ateismo verso il filosofo ebreo.

Delany immagina il testo come una memoria di Leibniz scritta decenni dopo l'incontro.

La discussione filosofica non è la parte sulla quale si concentra il testo. Delany pone la sua attenzione (e quindi anche la nostra) su numerosi altri aspetti che ruotano attorno a quell'incontro.

Intanto il contesto storico e sociale. I Paesi Bassi si stavano ancora riprendendo dal così detto rampjaar (anno del disastro) 1672, quando erano stati invasi sia dalla Francia che dall'Inghilterra, e una folla inferocita aveva aggredito e mutilato due importanti uomini politici. C'era stata una carestia e molti contadini si erano dedicati al cannibalismo per sopravvivere. Inoltre l'incontro deve essere segreto. Spinoza è ebreo e ateo: doppiamente paria, doppiamente esiliato, anche tra il suo stesso popolo. Leibniz invece è un uomo di corte e in ascesa presso gli intellettuali europei: non può rovinarsi facendosi vedere con l'altro.

Ci sono inevitabili difficoltà di comunicazione tra i due filosofi: Leibniz insiste per parlare l'Ebraico, ma non lo capisce molto bene.

Una parte rilevante del racconto riguarda aspetti di solito trascurati nei resoconti storici, quali la pulizia dei cessi, come organizzare un trasporto con cocchiere, ogni quanto lavare gli indumenti (una volta l'anno a essere generosi).

Come spesso in Delany, la narrazione ha numerosi sottotesti e ambiguità. Viene dato spazio e risalto a personaggi secondari, quali il padrone di casa che ospita Leibniz a Huege, o il garzone che gli viene assegnato. Leibniz trova sconcertante questo ragazzo, Peytor. Cosa vuole veramente dal filosofo? Un aiuto per migliorare la sua situazione? Vuole fare sesso? Vuole mangiarlo – come forse ha fatto con qualcun altro durante la carestia?

E siamo proprio sicuri che le cose siano andate come narrate? Il testo viene scritto decenni dopo l'incontro, e non sempre è chiaro quali siano i pensiero del Leibniz protagonista e quelli del Leibniz narratore, e gli eventi potrebbero essere ricordati male.

Il titolo deriva da una frase (fittizia) che Leibniz riporta aver udito da Spinoza:
Trying to arrest me for atheism, given the specificity of my arguments, is like hunting for a man hiding in the attic of a building that has none, when in truth he is sitting in the back garden of another house, working diligently on his own concerns, in another neighborhood entirely.

Racism and Science Fiction

Questo articolo, pubblicato nel 1998, contiene le riflessioni di Delany sull'argomento. L'autore mette subito in chiaro che secondo lui il razzismo è un sistema che esclude certe persone su basi arbitrarie, piuttosto che un comportamento tenuto da singoli individui. Delany viene spesso considerato il primo autore di fantascienza di colore, ma lui rigetta questa definizione, citando altri autori di colore venuti prima di lui, e meno noti, quali Martin Delany (non un parente) o George Schuyler.

Anche se a prima vista potrebbe sembrare altrimenti, è un testo in forte dialogo con il precedente e il curatore della collana ha fatto molto bene a mettere entrambi assieme.

L'articolo è disponibile anche online a questo link e vi invito a leggerlo per farvi una vostra opinione.