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sabato 14 luglio 2018

Concorso Crypt Marauders Chronicles


Il progetto Crypt Marauders Chronicles è alla ricerca di un marchio!

Se vuoi provare a realizzare una tua idea, segui le linee guida che trovi qui di seguito o sul sito della casa editrice.

Obiettivo del concorso è l’ideazione di un marchio che contraddistingua il progetto editoriale a cui hanno dato vita Alessandro Forlani e Lorenzo Davia.

I racconti di “Crypt Marauders Chronicles” si svolgono nell’universo condiviso della tetra Thanatolia: un intero continente destinato a millenaria necropoli, custodito da due città mercantili (Handelbab e il porto di Tijaratur) che vivono del commercio di tesori e manufatti. Tombaroli spregiudicati, necromanti ed eccentrici avventurieri esplorano le tombe e riforniscono i mercati: ma scavare troppo a fondo può essere pericoloso, specie dove giace una terribile entità.

Il marchio dovrà rappresentare in maniera semplice ed efficace la tematica Sword&Sorcery e l’ambientazione illustrata qui sopra. Il suo utilizzo sarà prevalentemente nelle copertine dei libri e attraverso il web, compresi i social network. Non c’è preferenza tra bianco e nero, scala di grigio o colori. È importante la riconoscibilità e l’originalità. Per qualunque informazione o ulteriore linea guida, potete contattarci a watsonedizioni@gmail.com.

Il concorso è valido dal 13 al 31 Luglio 2018. Tutti gli elaborati dovranno essere inviati a watsonedizioni@gmail.com indicando come oggetto “Concorso CMC”. La mail dovrà essere corredata di immagine jpg del marchio, informazioni dell’autore (Nome, cognome, data e luogo di nascita, contatto telefonico), liberatoria per l’utilizzo dei dati, breve spiegazione sulla scelta del soggetto presentato.

Ogni partecipante riceverà gratuitamente l’ebook del libro. Il vincitore del concorso invece riceverà una copia cartacea del volume e un contributo spese pari a cento euro.

Il marchio vincitore sarà ceduto a titolo definitivo, dall’autore alla casa editrice, comprendente ogni diritto di utilizzo e riproduzione.

giovedì 25 maggio 2017

Le astronavi di Star Trek: Discovery

È uscito da pochi giorni il trailer per la nuova serie di Star Trek, Discovery. Da quel poco che si sa, ci saranno due astronavi “protagoniste”, la USS Discovery NCC 1031 e la USS Shenzhou NCC 1227.


Vista la mia passione per le astronavi, e lo studio che ho fatto in passato sul design delle medesime nella fantascienza, mi prendo lo spazio di questo post per studiare un po’ come sono queste due nuove astronavi.

La serie è ambientata 10 anni prima della Serie Classica, ovvero negli anni 2250’ dell’universo del Star Trek originale, non quello dei nuovi film di JJ Abrams, per intenderci.

Come già con Enterprise, gli autori della serie si sono trovati a dover realizzare qualcosa di avveniristico rispetto al presente di noi telespettatori, ma che rispetti anche una certa continuity della serie. Le nuove astronavi devono quindi essere vie di mezzo tra queste due Enterprise:


Partiamo con la USS Discovery. La forma è direttamente ispirata a quella ideata da Ken Adams e Ralph McQuarrie per Star Trek: Planet of the Titans, un film mai realizzato di metà anni ‘70 (al suo posto abbiamo avuto Star Trek: The Motion Picture, ma questa è un’altra storia).
La Discovery è caratterizzata da una sezione motori a forma triangolare, mentre la sezione a disco e le gondole a curvatura sono quelle tipiche di Star Trek.

La Discovery

La nuova Enterprise per Planet of the Titans

L’astronave è piaciuta a pochi. Sul serio, si è scatenato un certo odio verso questa Discovery – ormai purtroppo su internet odiare è il passatempo principale.
I critici dicono che (1) è brutta e (2) non è un design convenzionale per un’astronave della Flotta Stellare.

Va bene che “L'uomo normale parla, il saggio tace, il fesso discute”, però due commenti vorrei farli comunque.
Intanto che sia bella o brutta è soggettivo. A me piace. Ha delle forme nette (triangolo, disco, cilindri) e concettualmente richiama il lavoro fatto da Matt Jefferies per l’Enterprise originale, composta anch’essa da forme semplici (cilindri, dischi). Lo spirito è quello della Flotta Stellare di metà 23o secolo.

Ci sono poi elementi in comune con astronavi della Federazione precedenti e successive. 

Tra le precedenti ricordiamo la USS Franklin NX-326, con la quale condivide alcuni punti del design della sezione a disco. E non ci si deve far ingannare dal fatto che la Franklin appare in uno dei film ambientati nell’Abramverse: l’astronave è stata varata prima dell’arrivo del romulano Nero dal futuro, evento che ha portato alla nascita della nuova timeline.


Tra le successive… beh nell’universo di Star Trek astronavi della Federazione con la sezione motori di forma triangolare si sono viste in Star Trek III e nell’episodio di The Next Generation “Unification”. Sono astronavi che si vedono di sfuggita nel background, ma ci sono. Sono gli stessi modelli realizzati negli anni ‘70 per Planet of Titans, che sono stati adoperati solo per usare qualche vecchio fondo di magazzino. Nondimeno rappresentano il fatto che nell'universo di Star Trek c’è una linea di design di astronavi triangolari.



E non finisce qui: nella serie Enterprise (episodi “The Expanse” e “Twilight”) appare un vascello terrestre, antecedente alla nascita della Federazione e alla creazione della Flotta Stellare, ma di forma triangolare, che con un po’ di fantasia, può essere visto come antenato della USS Discovery. Basta aggiungere una sezione a disco. 


Che poi l’aggiungere “pezzi” alle astronavi di Star Trek non è cosa nuova. Il caso che mi ha colpito di più è stato quello del refit della NX, nel quale aggiungono un’intera sezione motore per rendere l’astronave più simile alla classe Constitution.


Va poi detto che quello triangolare non è l’unico design “anomalo” della Flotta Stellare. C’è anche una lunga tradizione di astronavi sferiche, che va dalla Classe Daedalus nel 23o secolo alla Classe Olympic del 24o, entrambe derivate dagli schizzi originali di Matt Jefferies.

Passiamo adesso alla USS Shenzhou.



Ho trovato il suo design molto deludente. Intanto è più tipico del 24o secolo di Star Trek che non del 23o. La prova? Il design è identico a quello della USS Mawson NCC 74918 creato da John Eaves per una serie di bozzetti per Deep Space Nine.


Pieno 24o secolo, mi dispiace.

Sembra proprio una mania di Star Trek: riutilizzare a oltranza modelli già disponibili. L’Enterprise NX-01 è identica alla USS Akira. La Discovery è identica a un’Enterprise che non c’è mai stata. La Shenzhou… abbiamo appena visto.

L’accusa principale che viene quindi mossa al design della Shenzhou è che non rispecchia quello della Serie Classica. E abbiamo visto che è vero. D’altra parte, riproporre un’estetica anni ’60 nel 2017 sarebbe stato solo un vuoto esercizio, una masturbazione estetica priva di vero significato. Qualcosa del genere era stato fatto in passato sia in Deep Space Nine (“Trials and Tribble-ations”) che in Enterprise (“In a Mirror, Darkly”), ma è una cosa che può reggere per un episodio, giusto per far contenti i fan. Aggrapparsi così alla continuity estetica (e narrativa, a dirla tutta) per un’intera serie alla lunga sarebbe controproducente e alienerebbe gli spettatori moderni.

Quindi ben venga il design classico della Discovery e anche quello moderno della Shenzhou. Alla fine l'importante è che il telefilm sia bello, vero?

sabato 18 marzo 2017

Astronavi giapponesi

Dopo la serie di articoli sulla storia del design delle astronavi, invece di chiudere il discorso ho deciso di scrivere alcuni post su alcuni argomenti più specifici, sempre però riguardanti le astronavi della fantascienza.

Nei post ho parlato quasi prevalentemente di astronavi apparse al cinema, prendendo in considerazione per la maggior parte film hollywoodiani. Tanto per allargare il discorso, vediamo oggi quali astronavi sono state partorite dalla fantasia degli autori e dei disegnatori giapponesi.

Su internet si trova molto materiale su manga e anime, e più in generale sulla cultura giapponese. Purtroppo non ho trovato fonti che parlino nello specifico delle astronavi nella fantascienza giapponese. Per scrivere questo articolo sono ricorso ai miei ricordi d'infanzia e agli articoli relativi alle singole serie. Non arrabbiatevi quindi se non ho inserito la vostra serie anime o manga preferita.

Il discorso non può che cominciare che da Leiji Matsumoto. La tripletta Galaxy Express 999, Capital Harlock e Yamato sono la base di chiunque sia cresciuto a partire dagli anni '70. Almeno lo spero per lui.

In Galaxy Express 999 (1977) abbiamo un treno spaziale (e già con questo potrei chiudere qui il post). L'idea era venuta a Leiji leggendo il romanzo di Ginga Tetsudo no Yoru (Una Notte sul Treno della Via Lettea) dell'autore giapponese Kenji Miyazawa (1927). La locomotiva è ispirata alla JNR C62 giapponese.


 Viene la tentazione di bollare l'idea di un treno spaziale come fantasia... ma qualcuno l'ha proposto veramente: si tratta dello StarTrain capace di lanciare in orbita fino a 300000 tonnellate di materiale, anche se l'idea somiglia molto più a uno space lift che a un treno vero e proprio.


Mentre il Galaxy Express 999 era ispirato a un treno, scelta alquanto singolare per un'astronave, la Yamato (Uchu senkan Yamato, Star Blazers, 1974) è ispirata all'omonima nave da guerra giapponese affondata nel 1945.


In Capitan Harlock abbiamo l'Arcadia, o meglio le due Arcadia, la Blu e la Verde, molto diverse tra loro. L'esistenza di due Arcadia va imputata a motivi sull'uso dei diritti del modello della nave. Come apprendiamo da Wikipedia: "all'epoca l'azienda giapponese produttrice di giocattoli Takara Co., Ltd. possedeva i diritti dei modelli di Capitan Harlock mentre la rivale Bandai Co. possedeva i diritti dei modelli di Galaxy Express 999, un'altra fortunata serie di Leiji Matsumoto. Quando Harlock doveva comparire nei primi numeri di Galaxy in un cammeo, la Bandai ottenne dallo Studio Nue una versione alternativa della nave, la "Verde" appunto, per evitare pubblicità gratuita alla concorrenza "
La mia preferenza va alla versione verde, perché andare in giro con un teschio sulla prua è da veri duri.


Da notare come sia la Yamato che l'Arcadia sono astronavi con delle forme che tradiscono chiare ispirazioni navali. 
Per restare in ambito piratesco ricordiamo anche la Queen Emeraldas dell'omonima pirata, che assomiglia a un galeone appeso a un dirigibile.


Ma parlare di Matsumoto rischia di far salire troppi ricordi e l'inevitabile lacrimuccia di malinconia. Quindi lo rimettiamo in quella parte speciale del  nostro cuore e andiamo avanti...

... per fermarci poco lontano con Capitan Futuro, altra serie mitica di quegli anni, e ispirata alle storie di Edmond Hamilton degli anni '40 e '50. Quella che nei romanzi era descritta come un velivolo a forma di goccia, nell'anime di Katsumata del 1978 diventa un'astronave che prende di sicuro ispirazione alla Discovery di 2001: Odissea Nello Spazio.



Parliamo un attimo degli I-400. Niente fantascienza: si tratta di sommergibili-portaerei giapponesi della seconda guerra mondiale. Sono stati i più grandi sommergibili costruiti, almeno fino a quelli a propulsione nucleare. Ne furono costruiti solo una manciata, e nel 1944: troppo tardi per essere impiegati a dovere.
Pensateci un attimo: portaerei che trasportano aerei sotto il mare. Dal mare al cielo – è un percorso già fatto dalle (astro) navi di Leiji, e che viene seguito anche dal Gotengo (Atragon), il sottomarino (derivato dagli I-400) capace di volare e che affronta Godzilla e altri kaiju in diversi film giapponesi. Non è un'astronave, ma lo ricordiamo perché a esso si ispira invece Gohten, il velivolo spaziale usato dai terrestri per combattere contro gli alieni di Messiah 13 nel film Wakuseidaisenso della Toho. Sia la Gotengo che il Gohten hanno un'enorme trivella sulla loro prua – un design che poche astronavi possono vantare.

Il Gotengo

Il Gohten

In Knights of Sidonia (2009) appare l'omonima astronave Sidonia, una nave colonizzatrice terrestre fuggita dalla Terra devastata dagli alieni Gauna. È un colosso di 29 chilometri di lunghezza con un oceano interno e un asteroide attaccato addosso da usare come miniera. È stata concepita da Tsutomu Nihei, che ci aveva già abituato a scenari immensi e allo stesso tempo opprimenti con Blame!

La Sidonia nello spazio

Schema dell'interno della Sidonia

La città "verticale" dentro la Sidonia

Restando sempre nel campo delle astronavi gigantesche non possiamo dimenticare la Super Dimensional Fortress 1 della serie Macross (SDF-1). In Italia negli anni ottanta guardavo la serie Robotech, che è nata dalla fusione di tre anime: Macross, Southern Cross e Kiko soseiki Mospeada. Non so come o a chi è venuto in mente di fare una cosa simile, so solo che a distanza di decenni mi resta il ricordo di robotoni che si sparavano addosso, che è la cosa più importante.
La SDF-1 aveva al proprio interno un'intera città giapponese e si poteva trasformare in un robotone da combattimento. Cosa si può pretendere di più?


Per restare in tema di Robotoni mi segnalano la Base Bianca SCV-70 della serie Gundam (1979), una porta-robotoni spaziale. Da notare come non manchino una torretta e antenne varie in stile "Leiji-navale". Confesso che non ho mai seguito molto questa serie, ma da una ricerca su internet sembra che la Base Bianca non si trasformi in qualche forma di robotone. Peccato.

Per finire la serie astronavi/robot, mettiamoci dentro anche Goldrake (1975) che andava in giro a bordo di un UFO.


Tornando nell'ambito marinaro tanto caro ai giapponesi, citiamo il Nautilus e il Nuovo Nautilus di Il Mistero della Pietra Azzurra. Si tratta più che altro del "solito" sommergibile volante che tanto piace ai giapponesi, costruito su design di astronavi atlantidee.




E a questo punto mettiamoci dentro anche Blue Noah, un altro sottomarino trasformato in astronave, nell'omonima serie del 1979. 

L'elenco potrebbe essere lungo, finiamo qui citando la Nadesico della serie Kidou Senkan Nadeshiko (1996). L'anime è una citazione e parodia di moltissime serie giapponesi. La Nadesico per forma e funziona rimanda a Gundam (ha pure i colori della White Base), Macross (per come salta nell'iperspazio) e Yamato (per l'arma spaziale e perché richiama la Yamato Nadeshico, l'idea di bellezza femminile giapponese).


Viene da chiedersi come mai i giapponesi siano così fissati con i sommergibili. Ho chiesto aiuto al buon Zeno Saracino del blog Cronache Bizantine, che mi ha segnalato alcuni interessanti articoli sull'arrivo della fantascienza in Giappone. In breve, i giapponesi si sono innamorati di Verne a fine 1800, tanto che una delle serie di romanzi di maggior successo a inizio novecento dalle loro parti è stata quella di Kaitei gunkan ("La nave da battaglia sommergibile") di Oshikawa Shunro, dove appare appunto un sommergibile ultra-avveniristico. La presenza di tanti sommergibili volanti deriverebbe quindi, è l'idea che mi sono fatto, da un primo amore dei giapponesi per Verne.

sabato 6 febbraio 2016

L'evoluzione del design delle astronavi nella fantascienza - Gli anni '90

Riprendiamo dopo tanto tempo la storia dell'evoluzione del design delle astronavi. L'ultima puntata era sugli anni '80: vediamo quali novità portano con sé gli anni '90.

In questo decennio la computer graphic diventa preponderante nella rappresentazione delle astronavi nei film e nei telefilm di fantascienza: questo ha delle chiare influenze sul design.

Da un lato la CGI ha dei notevoli vantaggi rispetto alla costruzione di un modello reale, per esempio i minori tempi di realizzo, la facilità nell'apportare modifiche, o la possibilità di far esplodere l'astronave senza distruggere il modello. Dall'altro lato ha uno svantaggio non da poco: almeno con la tecnologia degli anni '90, le superfici realizzate con la CGI mancavano dello stesso livello di dettaglio dei modelli reali. Si nota quindi che le astronavi di questi anni hanno superfici lisce e prive di dettagli sulle quali sono applicate varie texture di colori.

Una conseguenza di tutto questo è che le astronavi di questo periodo appaiono molto più pulite di quelle degli anni '70 e '80, visto che con la CGI non si riesce a rendere la sensazione di "sporco" e "usato", e l'assenza di greeble dovuti al kitbashing.

Un vantaggio della CGI anche è la maggiore facilità con la quale si lavora con le superfici curve: molte delle astronavi viste negli anni '90 risaltano per le forme curve che con il modellismo era difficile creare.
Abbiamo quindi astronavi dall'aspetto organico: in Babylon 5 (creato nel 1994 da J. Michael Stracznski) i vascelli Vorlon appaiono come strutture floreali o vegetali, mentre i vascelli delle Ombre sembrano neri ragni in agguato; le astronavi Minbari invece sembrano ispirate a creature marine.





In Farscape (1999) l'astronave organica è il leviatano Moya. Curiosamente, gli interni di Moya non sembrano organici, ma metallici. Questo è stato intenzionale: gli autori della serie non volevano dare l'impressione che i protagonisti stessero camminando in un budello di carne (bleah!).



Ritorniamo un momento a Babylon 5, serie esemplare sotto molti aspetti della CGI "spaziale" degli anni '90. Dei vascelli terresti vogliamo ricordare gli incrociatori di Classe Omega, ispirati alla Leonov di 2010, e gli Starfury Fighter, ispirati alla Gunstar di The Last Starfighter.




Stracznski, per realizzare la sua serie, abbracciò completamente la CGI. 24 computer Amiga 2000 venivano impiegati per creare circa 6000 frame di CGI per ogni singolo episodio di Babylon 5.

Più cauti sono stati gli autori di Star Trek Voyager (1995). Per la sigla di apertura degli episodi sono stati creati due modelli della USS Voyager NCC 74656, uno virtuale e uno digitale. L'astronave compare in sei scene. Tre sono fatte col virtuale, tre con il reale. Indovinate voi quali. Un piccolo indizio: la scannerizzazione del modello reale ha permesso di copiare le forme della Voyager, ma non il suo colore originale.



La Voyager stessa, nelle intenzioni iniziali, doveva avere forme organiche. Gli schizzi dei primi design mostrano vascelli ispirati a orche, mante e uccelli marini. Inevitabile un confronto con alcuni dei vascelli “organici” di Babylon 5



Indecisa tra reale e virtuale è anche l'Enterprise-E, apparsa per la prima volta in Primo Contatto (1996) dopo che la D è stata rottamata in Generazioni (1994). Per la E sono stati creati due modelli, virtuale e reale. Nei film successivi, comunque, si è fatto uso del solo modello CGI.


La nuova Enterprise abbandona l'estetica della nave di lusso delle versione precedente per presentare uno stile più militare e slanciato. Quello che ci vuole per combattere i Borg, insomma, che ritornano in Primo Contatto con... un cubo. Ovviamente. Ma anche con una sfera, mostrando anche loro un minino di evoluzione nel loro design.



E se non abbiamo un'astronave bella e pulita? E se la nostra astronave è buia e sporca e misteriosa? Allora dobbiamo lasciar perdere la CGI e usare i modelli reali. Così è stato fatto per il film Event Horizon (1997), dove i modellisti hanno preso ispirazione dalla cattedrale di Notre Dame e realizzato un modello di circa dieci metri usato per le riprese del fantahorror di Paul W. S. Anderson. La Event Horizon è maestosa, gotica e inquietante, tutto questo anche prima di essere invasa dai demoni dell'inferno.



Finiamo questa carrellata degli anni '90 con la NSEA Protector di Galaxy Quest (1999). Come è stato realizzata questa astronave? Il direttore artistico Geogg Walters da un lato ha preso spunto dalle proposte della NASA per delle vere astronavi. Dall'altro si è ispirato alla propria racchetta da tennis: dopo che Frank Rose lo aveva battuto, Geogg ha smaccato la sua racchetta rompendola. Rose ha visto la racchetta rotta e ha esclamato: "Ecco! Questa è la nostra astronave!"



Che dire? A volte conta più il caso che altro.

(Potete trovare qui i link ai post precedenti)

venerdì 13 marzo 2015

L'evoluzione del design delle astronavi nella fantascienza - Gli Anni '80

Nella mia serie di post sull'evoluzione del design delle astronavi nella fantascienza, ero arrivato agli anni '70. Tocca ora agli anni '80.

E qui le cose si fanno un po' complicate. Io sono nato e cresciuto negli anni '80 (lo so, non è una cosa della quale vantarsi), e per l'eccessiva vicinanza e per mio personale coinvolgimento in quegli anni, mi è difficile mantenere la dovuta prospettiva storica. Essendo noi ancora così vicini agli anni '80, ho anche delle difficoltà a cogliere dei trend generali, come per esempio ho fatto con i razzi e i dischi volanti degli anni '50.

Proviamo lo stesso. Negli anni 80 si sono moltiplicati i film e le serie tv di fantascienza, e in proporzione si sono moltiplicati i modelli di astronavi adoperate. Cercherò di portare gli esempi più interessanti o particolari, chiedendo scusa a quei capitani le cui astronavi, per quanto degne di essere nominate, non ho preso in considerazione.

Iniziamo subito con la prima, e per ora unica, astronave con le tette, la Nell di Battle Beyond the Stars (in Italiano, I Magnifici Sette nello Spazio), orrido filmone trash, brutta copia di Guerre Stellari, che Jimmy T. Murakami e Roger Corman hanno diretto nel 1980.



È un'astronave. Color carne. Con le tette. Iniziamo bene gli anni '80, che dite?

Per fortuna Sean Connery, l'hanno successivo, ci fa dimenticare la Nell recitando nella trasposizione fantascientifica di Mezzogiorno di Fuoco, Outland (Atmosfera Zero in italiano). Nel film l'unico veicolo spaziale che compare è un semplice shuttle. Ha un ruolo marginale, ma mi è rimasto impresso per come è stato realizzato. È un ottimo esempio di funzione industriale vs forma.


Lo shuttle è composto solo da un carico attaccato a dei razzi, la superficie è ricoperta di greeble (le irregolarità che si aggiungono per rendere le superfici più dettagliate). Nel complesso risulta abbastanza inquietante, sembra un'evoluzione deviata dei moduli Eagle di Spazio 1999 (dei quali abbiamo parlato nella puntata precedente).

Nel 1982 esce La Cosa (The Thing) che in questa sede ricordiamo per il disco volante con il quale il mostro del titolo arriva sulla Terra. Il film non mostra molto l'astronave, e per godercela tutta dobbiamo vedere le foto del modellino. Lo cito qui per il disegno azteco presente sulla sua superficie, analogo a quello della nuova Enterprise di tre anni prima. Umani o alieni, per dettagliare una superficie senza aggiungere greeble si ricorre sempre allo stesso trucco.


Saltiamo un paio d'anni, e passiamo a Giochi Stellari (The Last Starfighter, regia di Nick Castle). Ricordiamo la Gunstar non solo perché è figa, ma anche perché realizzata al computer.


La compagnia Digital Productions realizzò ben 27 minuti di CGI usando un computer Cray X-MP. Leggiamo su wikipedia:

For the 300 scenes containing computer graphics in the film, each frame of the animation contained an average of 250,000 polygons, and had a resolution of 3000 × 5000 36-bit pixels. Digital Productions estimated that using computer animation required only half the time, and one half to one third the cost of traditional special effects.

Iniziamo ad abituarci: la CGI verrà sempre più utilizzata negli effetti speciali e nella realizzazione dei modelli usati nei film di fantascienza.

Nel 1985 esce 2010, il seguito di 2001: Odissea Nello Spazio. So che l'idea di un seguito del film di Kubrick suona eretica, blasfema, ridicola e qualsiasi altro aggettivo vogliate usare, ma tralasciamo il giudizio sul film e concentriamoci sull'astronave Leonov.



La Leonov è stata creata da Albert Brenner e Syd Mead, e secondo me rappresenta bene il punto di vista americano sull'evoluzione futura del design tecnologico russo degli anni '80.
Troppo complicato? Allora mettiamola così: è puro sovietpunk, essendo un'astronave sovietica del 2010.

È brutta, come la Nostromo di Alien. Ha una sezione rotante, per generare la gravità, ben visibile dall'esterno. A pensarci bene, è proprio la sezione rotante che rende l'astronave così viva. Infine, il suo design ha ispirato le astronavi classe Omega di Babylon 5. Non male, vero?

L'anno successivo abbiamo Flight of the Navigator, con un'astronave esattamente opposta alla Leonov. Ideata da Bill Creber, e realizzata con la CGI da Jeff e Randall Kleiser, quest'astronave ha una superficie liscia, lucida, cromata, che richiama certi aspetti dell'art decò degli anni '50. La CGI permette di realizzare un velivolo che riflette l'ambiente circostante e che può cambiare forma. Di fatto anticipa di cinque anni l'effetto speciale del metallo liquido di Terminator 2.



Nel 1986 abbiamo anche la Sulaco di Aliens. L'astronave che porta i marines su LW-426 è un buon esempio di design militar-spaziale, che troverà numerose ispirazioni nei decenni successivi, specialmente nel campo dei videogiochi. Il design della Sulaco è ispirato sia a quello di un fucile sia  a quello dei sottomarini da guerra. James Cameron aveva brevemente descritto l'arrivo della Sulaco come:
a forest of antennae enter the frame, followed by the enormous bulk of the SULACO.
Ron Cobb concepì all'inizio una sfera da cui si protendevano della antenne, ma l'astronave così ideata non figurava bene sullo schermo. Si passò quindi al design che conosciamo, rigido, meccanico, che urla "esercito" da tutti i greeble.


E Star Trek? Possiamo dimenticare Star Trek? Assolutamente no. L'Enterprise non è andata in pensione negli anni '80, con ben tre film e una nuova serie televisiva, The Next Generation, iniziata nel 1987.
Ricordiamo qui Star Trek III: Alla Ricerca di Spock, perché introduce l'Uccello Predatore klingon, astronave destinata a un grande successo nel franchise di Star Trek, tanto da ricomparire in quasi tutte le successive serie televisive e film. Il Bird of Prey ricorda un uccello, con tanto di piume rappresentate sulle sue ali meccaniche. Il design deriva all'omonimo Bird of Prey romulano: infatti originariamente doveva essere un'astronave romulana rubata dai klingon.


E veniamo all'Enterprise-D, la reincarnazione degli anni '80 della celebre astronave.


Le forme dritte, nette e precise dell'Enterprise originale lasciano spazio a curve organiche. Mentre l'originale era una serie di forme geometriche attaccate assieme (cilindri, parallelepipedi, dischi), la "D" è un tutt'uno compatto dove si passa dalla sezione a disco a quella motori alle gondole di curvatura senza soluzione di continuità.

Meritano un cenno anche gli interni. Il concept originale del ponte di comando della "D" non prevedeva terminali o altro genere di interfacce con la strumentazione di bordo: i personaggi avrebbero dovuto interagire con il computer solamente tramite comandi vocali. Avevano anche immaginato di abbellire l'ambiente con delle piantine da appartamento. Sul serio. L'idea deve essere sembrata esagerata, tanto che furono introdotte le console di comando.


Il ponte di comando, comunque, con le sue superfici in legno, le sue linee curve, i suoi tappeti, non sembra essere il centro di controllo di un'astronave: l'atmosfera è molto più rilassata e informale, come si addice a un'astronave da esplorazione che porta anche delle famiglie a bordo. È stata definita una sala per cocktail spaziale, un Hotel Hilton tra le stelle.

The Next Generation introduce anche gli schermi LCARS, che anticipano di qualche decennio i touchscreen degli smartphone.


Parlando di TNG, ha senso spendere due parole per un altro paio di astronavi introdotte in questa serie.
La prima è l'astronave da battaglia romulana di classe D'deridex, dal design impressionante e dall'estetica minacciosa.



La seconda astronave è altrettanto minacciosa e inquietante, pur avendo una forma geometrica semplice. Stiamo parlando ovviamente del cubo Borg, che getta via centocinquanta anni di evoluzione del design delle astronavi. È pura funzione a scapito di qualsiasi estetica. C'è la completa assenza di direzione, ordine, gerarchia delle parti. Il cubo vola nello spazio. Fine della storia. La resistenza è inutile.


Negli anni '80 abbiamo visto un po' di tutto, e siamo passati dall'astronave con le tette al cubo Borg. In mezzo, ogni cosa possibile immaginabile. Lascio a voi ogni commento o giudizio.