sabato 16 marzo 2024

How Language Began

How Language Began di Daniel Everett è un libro sull’origine del linguaggio.

L’autore, dopo una giovinezza burrascosa, si è convertito al cristianesimo ed è andato in Amazzonia a convertire la popolazione Piraha. Ne ha imparato la lingua, e dopo una crisi religiosa è diventato ateo, antropologo e linguista.

È un sostenitore della teoria “continua” dello sviluppo del linguaggio negli ominidi, ovvero una serie successiva di aggiunte e prassi che si sono solidificate nel corso di millenni fino a formare il linguaggio come lo conosciamo oggi.

Questo pone Everett in opposizione alla teoria “discreta” del più noto Chomsky, cosa che gli ha anche procurato un certo numero di nemici e hater online – sembrerebbe impossibile ma simili cose succedono anche in linguistica.

La critica che Everett muove a Chomsky è che quest’ultimo tratta il linguaggio come un superpotere, che gli homo hanno acquisito a un certo punto della loro evoluzione grazie a una mutazione genetica. Un po’, prende in giro l’autore, come degli X-Men.

Everett rifiuta la concezione Chomskiana che il linguaggio sia solo una grammatica, infatti lo vede più come uno strumento culturale che si è andato affinando coll’evolversi della cultura umana.

Onestamente, il libro è godibile anche senza entrare nei dettagli della sanguinosa diatriba continuità/discrezione che ha mietuto molte vittime su entrambi i fronti di questa guerra civile tra linguisti. Vediamo la nascita dei primi ominidi, le imprese dell’homo herectus che sarebbero state impossibili senza una forma di comunicazione, il funzionamento del cervello e degli organi che permettono di concepire e usare il linguaggio.

Purtroppo gli eoni passati tra quando i primi ominidi hanno iniziato a parlare e oggi rende molte di queste considerazioni solamente teoriche. I fossili non danno molte indicazioni sulla struttura del cervello (e della laringe) dei nostri più lontani progenitori e molto è lasciato alla speculazione.

Vita e morte delle grandi città americane

Penso che le città siano come degli organismi viventi, e alcuni tra i più interessanti che si possano trovare sul nostro pianeta. Jane Jacobs, antropologa e scrittrice, condivide questa mia visione delle città.

Il suo saggio più famoso, Death and Life of Great American Cities (del 1961), prende in considerazione le più grandi città americane, e si chiede come mai alcune siano vivaci mentre altre sviluppano slums e zone morte.

I concetti espressi da Jacobs riguardano sopratutto le città americane, anzi per la maggior parte sono derivati dall'osservazione dei quartieri di New York, e quindi potrebbero non applicarsi ovunque, ma sono comunque degli strumenti con i quali studiare i complessi urbani.

Qual è la caratteristica di una Grande Città? Per Jacobs è l'incontro continuo di persone sconosciute (stranieri, turisti, ma anche condomini). L'autrice quindi inizia le sue considerazioni dal marciapiede, il vero luogo nel quale si hanno gli incontri non voluti con gli sconosciuti. Non la strada dove passano le automobili o l'interno degli edifici, ma proprio i marciapiedi.

Mettendo al centro il marciapiede dove l'abitante cammina, Jacobs mette in secondo luogo il ruolo dell'automobile: per lei traffico e problema di parcheggi sono problemi derivati dalla cattiva gestione della vita sul marciapiede. Idea che già la pone in contrasto con gli architetti e urbanisti dell'epoca che pensavano di sviluppare la città avendo il traffico in mente come prima cosa.

Il marciapiede, come le teorizza Jacobs, deve essere un posto sicuro perché sorvegliato a vista da chi lo vive (proprietari di negozi e gente che si affaccia alla finestra); deve essere vissuto continuamente, ovvero ci devono essere abbastanza attività da garantire un flusso di persone dalla mattina alla sera: Jacobs è favorevole ai rioni a più destinazioni d'uso, dove ci sia sempre qualcosa aperto che attiri delle persone. Le persone che vivono il marciapiede devono poter godere allo stesso tempo della privacy e della possibilità di connessioni che questo offre. Infine il marciapiede deve essere un posto sicuro dove i bambini possano giocare.

Contrariamente all'abitudine italiana il centro della città per Jacobs sono i marciapiedi, e non le piazze, che l'autrice pone assieme ai parchi pubblici un gradino sotto nella scala di preferenze.

Un marciapiede che è una comunità di persone con un forte interesse a mantenere l'ordine e la sicurezza. Ma come si raggiunge questo scopo?

Jacobs propone quattro strumenti urbanistici che secondo lei devono essere usati assieme:

1) I quartieri devono avere più di una funzione primaria. Ci deve essere più di un motivo per le persone per visitare un quartiere, e il quartiere deve attrarre persone diverse (per ceto, lavoro, etc...) per motivi diversi. Una molteplicità di funzioni primarie porta allo sviluppo di una sana rete di funzioni secondarie (per esempio ristoranti per il pranzo per gli impiegati degli uffici, ma che possano essere attivi per servire la cena a chi va a teatro).

2) Gli isolati devono essere piccoli, ovvero la strada deve essere interrotta quanto più possibile da incroci con altre strade. Questo permette al pedone una maggiore varietà di scelta di percorsi, ed evita di isolare due strade, cosa che rischia di generare piccoli mondi a se stanti ed economicamente chiusi. Attività secondarie su una strada possono così servire gli utenti di più attività principali.
Più incroci rende il traffico più lento cosa che secondo l'autrice sfavorisce l'uso dell'automobile.

3) Ci devono essere edifici vecchi, o almeno nello stesso rione devono esserci edifici di varie età. Edifici più vecchi costano di meno permettendo il sorgere di più attività e aumentare quindi i motivi per vivere il quartiere. Qua è forse dove la Jacobs ha sbagliato di più, perché sul lungo termine edifici vecchi aumentano di valore respingendo i ceti più poveri. È un fenomeno complesso: se volete approfondirlo leggete il capitolo a esso relativo nel libro.

4) Nel quartiere ci deve essere una concentrazione sufficientemente alta di persone da sostenere economicamente i punti sopra. Qua il discorso fatto nel libro temo sia applicabile solo agli Stati Uniti, anzi probabilmente solo a New York.

Jacobs ha pubblicato questo libro nel 1961, e molte cose sono cambiate da allora. Non tutti i concetti espressi sono ancora applicabili, ma su tante cose l'autrice ha avuto ragione. Per esempio, ha previsto il degrado totale di Detroit che sarebbe avvenuto nei dieci anni successivi.

Sopratutto, il libro è un attacco contro un certo tipo di urbanistica calato dall’alto, con progetti che poco tengono conto delle vere esigenze e dei veri comportamenti delle persone.