giovedì 5 settembre 2024

Orlanda Furiosa finalista al Premio Kipple 2024

 Copio e incollo da blog di Kipple:

Parecchi autori quest’anno hanno partecipato al Premio Kipple riservato ai racconti e romanzi di genere fantastico, con predilezione per il weird, la fantascienza e altri sottogeneri; sono giunte in redazione molte narrazioni di alta qualità e infatti, molti sono i finalisti che la giuria ha deciso di scegliere, donandogli un prestigioso riconoscimento. Le opere sono:

 

Romanzi finalisti in ordine alfabetico

  • Error Code 3, di Taylor Blackfyre
  • Mediterraneo terminale, di Matt Briar
  • Marionette, di Giuliano Cannoletta
  • Orlanda furiosa, di Lorenzo Davia
  • La mirabolante avventura di Guglielmo Marconi, di Francesco Di Gangi
  • Falange dei sogni, di Damiano Lotto
  • Spicchio di Terra, di Alessandro Montoro
  • Hibakusha, di Marco Palone
  • La variabile Heisenberg, di Pierfrancesco Prosperi

Racconti finalisti in ordine alfabetico

  • Inferno eterno, di Umberto Sergio Bertani
  • Deriva immobile, di Davide Camparsi
  • Egemonia, di Marco Palone
  • L’avvenire dura per sempre, di Franco Ricciardiello
  • Harmonia, di Stefano Spataro
  • Cavie disumane, di Paola Viezzi
Kipple Officina Libraria desidera ringraziare e congratularsi con i bravissimi finalisti e, in modo più esteso, con i partecipanti al Premio che hanno contribuito a elevare ancor di più il livello qualitativo del contest; l’appuntamento pe

lunedì 29 luglio 2024

Novità di luglio


Barbenheimer è il mio racconto presente nell’antologia Macchine, IA e Robot, speciale di Urania evoluzione del Millemondi dedicato agli autori italiani.

Vi ricordate di sicuro del meme di Barbenheimer nato dall’uscita nelle sale cinematografiche nello stesso giorno nelle pellicole Barbie e Oppenheimer. Due film completamente diversi ma che hanno generato questo cortocircuito mentale e memetico.

L’idea mi ha affascinato e ho pensato, perché non scriverlo veramente?

Sono partito da due semplici elementi – le bambole di plastica Barbie e Oppenheimer, lo scienziato incaricato di costruire la bomba atomica. Sono partito con poco, senza alcuna chiara idea di dove andare a finire. Non sapevo neanche che avrei parlato di IA, ma è in quella direzione che la storia, e i personaggi, mi hanno portato.

Sono molto felice di partecipare a questa iniziativa del meglio della fantascienza italiana secondo Urania con un racconto dalle origini così particolari, assieme agli altri autori



S/Confinati, antologia che ho curato assieme a Simonetta Olivo. Il tema di questa antologia è il Confine, inteso in senso fisico e mentale, concetto esplorato con gli strumenti della narrativa fantastica.

Simonetta e io abbiamo scelto un’impostazione particolare. Metà dei racconti presenti nel volume sono stati scritti da autori triestini – sui quali ha pesato la storia di Trieste come città di confine tra più mondi e periodi storici.

Scrittrici e scrittori triestini appartengono al gruppo FantaTrieste, molti probabilmente già li conoscete, e sono Simonetta Olivo, Fabio Aloisio, Fabio Calabrese, Roberto Furlani e Zeno Saracino.

L’altra metà dei racconti è scritta da autrici e autori provenienti da paesi con i quali Trieste stessa ha avuto relazioni storiche, culturali, ideologiche e linguistiche nel corso della sua storia: Marco Apollonio (Slovenia), Arben Dedja (Albania), Katharina Köller (Austria), Veronika Santo (Croazia), Jasmina Tešanović (Serbia).

Traduzioni a cura di Alice Cimador, Agnese La Porta e Maria Teresa Petrigliano.



È uscita Hallucigenia: Antologia di fantasy surrealista e psichedelico, a cura di Andrea Berneschi e Michele Borgogni, che hanno riunito un gruppo di allucinati e allucinanti autori per avere dei racconti fantasy al di là dell’inimmaginabile.

Io sono presente con il racconto “La Storia della Guida” dove riprendo il personaggio di Butros, già protagonista della mia antologia Incubi dalle Sabbie (ed. Delos).

È forse il racconto più GeneWolfiano e Borgesiano che abbia mai scritto, dove il misticismo Sufi si unisce all’Effetto Droste di storie narrate nella migliore tradizione araba – è una sfida per il lettore a raccogliere tutti gli indizi e cercare di ricostruire la storia.

Lo potete acquistare qua.

Per chi fosse interessato agli altri miei racconti arabi.

lunedì 15 luglio 2024

Vittorie più grandi della morte

Victories Greater Than Death è un romanzo Young Adult della scrittrice Charlie Jane Anders, primo della trilogia Unstoppable (tuttora non tradotta in italiano).

Tina appare come una teenager umana, ma in realtà è il clone alieno (modificato geneticamente per somigliare ai terrestri) della più famosa e capace Capitano della Royal Navy (una specie di Flotta Stellare composta da alieni di varie specie), Thaoh Argentian.

Conserva i ricordi del Capitano e cresce fino all’adolescenza nell’attesa di venire prelevata e avere i propri ricordi ripristinati.

Purtroppo le cose non vanno previsto, e Tina si trova ad avere le conoscenze di Argentian ma non i ricordi. In più si trova con altri cinque adolescenti terrestri arruolati su una astronave da guerra aliena in fuga dal cattivo Marrat, amico prima e nemico poi di Argentian.

Marrat è il classico cattivo perché cattivo – alla fratellanza e ai valori di apertura e inclusione della Royal Navy preferisce seguire idee fascisteggianti e discriminatorie: egli segue il gruppo Compassione che (a dispetto del nome) si propone di sterminare tutti gli esseri che non abbiano forma umanoide. Nonostante sia abbastanza piatto, possiede un’arma originale e veramente terribile i cui effetti sono ben descritti dall’autrice. E sono effetti (oltre alla morte della persona) che fanno veramente paura.

Ho trovato divertente come anche gli alieni più… alieni e lontani dall’umano introducano se stessi dicendo “Mi chiamo (ad.es.) Cthulhu e il mio pronome è lui/lei/loro”, non perché ci sia qualcosa di sbagliato ma perché mi è difficile associare distinzioni di genere umane a creature extraterrestri. Ma d’altra parte essendo biologie aliene è ovvio che non si possano distinguere subito i generi, e spesso il concetto di genere non è neanche applicabile. Questo viene ben spiegato nel testo: tutti quanti dispongono di un EasySpeak che traduce i linguaggi alieni adattandoli alla lingua e modo di pensare dell’utente, quindi quelle che sarebbero altre differenze grammaticali (tipo, mi invento al momento, avere due generi per chi mette l’ananas sulla pizza e chi non lo fa) vengono tradotte come differenze di genere per Tina.

In generale il comportamento dei personaggi (almeno quelli buoni) è all’insegna del più totale politicamente corretto o, come preferisco chiamarlo io, educazione e buon senso. Si usano i pronomi corretti, non si tocca una persona senza il suo consenso, vengono dati spazi di isolamento per gli introversi e così via.

Tina sa quello che vorrebbe essere, ovvero il grande Capitano che tutti si aspettano, ma è una identità alla quale al momento non può accedere. Fa quello che può per dare il meglio con le conoscenze di Thaoh Argentian, vivendo una continua tensione tra quello che sembra destinata a essere e quello che è. Ha amici (umani) a bordo ai quali tiene e con i quali sperimenta i primi amori e le prime sconfitte e delusioni.

giovedì 20 giugno 2024

The Motion of Light in Water

The Motion of Light in Water: Sex and Science Fiction Writing in the East Village è l’autobiografia scritta da Samuel Delany e pubblicata nel 1988, riguardante i suoi primi 23 anni di vita, con particolare dettaglio per gli anni ’60.

Apprendiamo delle scuole e campi estivi frequentati (e le prime esperienze sessuali), la conoscenza con la poetessa Marilyn Hacker e il loro matrimonio aperto (Delany che andava a rimorchiare altri uomini con cui fare sesso) e illegale (illegale a New York, dovettero cambiare stato per potersi sposare, essendo lui di colore e lei bianca); l’inizio della sua carriera come scrittore di fantascienza (si arriva fino alla stesura di The Star Pit); il ricovero in ospedale psichiatrico a causa degi attacchi di panico in metropolitana; il suo viaggio in autostop fino in Texas dove ha lavorato come pescatore di gamberetti (l’idea era di fare esperienza per descrivere meglio l’equipaggio dell’astronave di Babel-17); la relazione a tre tra lui, sua moglie e Bob (un tizio letteralmente trovato sul marciapiede).

È un memoir scritto con la coscienza di non poter (e voler) essere completo e corretto. La prima parte è dedicata a studiare una frase che Delany ha detto a tutti per decenni, ovvero

“My father died of lung cancer in 1958 when I was seventeen.”

La frase, come lui stesso spiega, è cronologicamente sbagliata (suo padre non è morto nel 1958 ma nel 1961 e lui non aveva 17 anni quando è successo). La memoria non è quello che è successo, ma come gli sembra vero che sia accaduto, la sensazione che gli ha dato. La narrazione di The Motion non è lineare. Si fanno salti avanti e indietro, alcuni eventi vengono narrati da più punti di vista – sempre dal punto di vista di Delany, ma di volta in volta del Delany-studente, Delany-omosessuale, Delany-scrittore etc... Come scritto da un altro recensore, sembra che l’autore si sia svuotato la testa come una tasca dei pantaloni e prendendo un oggetto alla volta tenti di ricostruire un puzzle – senza nemmeno essere sicuri che il puzzle ci sia. Più volta si mette in guardi del trasformare la propria vita in una storia (so che a questo punto avrebbe senso che succeda questo e quest’altro, invece etc…)

Il sesso è esplicito, Delany affronta la cosa (nella vita come nello scritto) con la massima apertura e onestà. Non turba perché c’è o è omosessuale, ma per la facilità con la quale lo si trova, nella New York degli anni 60. Delany dimostra come gli bastasse uscire di casa (abitava nel Lower East Side) ed entro un quarto d’ora conosceva qualcuno con cui fare sesso. Per non dire della promiscuità (possibile solo prima dell’AIDS). Si imparano tutti i posti nascosti dove due uomini potevano incontrarsi e fare sesso all’epoca.

Le esplorazioni sessuali non vengono raccontate solo per il gusto di farlo, ma sono fortemente connesse con l’esplorazione della struttura sociale, sessuale e razziale degli Stati Uniti. Il sesso è una lente di ingrandimento che Delany usa per investigare la società americana.

"Whether male, female, working or middle class, the first direct sense of political power comes from apprehension of massed bodies. That I'd felt it and was frightened by it means that others had felt it too. The myth said we, as isolated perverts, were only beings of desire, manifestations of the subject (yes, gone awry, turned from it's true object, but for all that, even more purely subjective)"

Come tale The Motion… è un testo fortemente politico (viene proposto come lettura nei corsi di Gender Studies e simili). In ospedale durante una sessione di gruppo, Delany confessa di essere gay, e per farlo usa il linguaggio socialmente accettato dell’epoca per farlo, in tono vergognoso, chiedendo scusa e promettendo che sarebbe guarito.


Solo dopo essere tornato a casa si rende conto che ha usato il linguaggio di altri per condannare qualcosa in cui vedeva niente di male. L’esplorazione della sessualità e della società vanno quindi per Delany di pari passo con quella del linguaggio.

“When you talk about something openly for the first time—and that, certainly, was the first time I’d talked to a public group about being gay—for better or worse, you use the public language you’ve been given. It’s only later, alone in the night, that maybe, if you’re a writer, you ask yourself how closely that language reflects your experience. And that night I realized that language had done nothing but betray me.”

giovedì 16 maggio 2024

Novità: Black Sabbath

Cosa accomuna il candidato delle elezioni americane del 1968 Richard Nixon, un club di motociclisti, una comune di hippie newyorkesi, il dipartimento di antropologia di una piccola università del New England e Robert, che cerca sua sorella Susan?

Lo scoprirete in questa storia ispirata alla canzone Black Sabbath dell’omonima band, in uscita domani su Delos Store

USA, 1968. In una comune newyorkese, si presenta Robert, sulle tracce di sua sorella Susan. È il punto d’inizio di un lisergico on the road attraverso gli States, tra citazioni reali e attente della cultura e della società americane del tempo e squisite osmosi weird. Perché, nel cercare Susan disperatamente, incontreremo personaggi ed eventi a dir poco imprevedibili!

https://www.amazon.it/Black-Sabbath.../dp/B0D3WXHNF8/

https://www.delosstore.it/ebook/55334/black-sabbath/

lunedì 13 maggio 2024

Return to Nevèrÿon: il gran finale

Return to Nevèrÿon è il quarto e ultimo volume dell’omonima serie di romanzi fantasy scritta da Samuel Delany. Il volume è stato pubblicato per la prima volta col titolo “The Bridge of Lost Desire” dalla casa editrice Arbor nel 1987. Il titolo cercava di nascondere i riferimenti più evidenti (almeno in copertina) al resto della serie, dato che la casa editrice dei tre libri precedenti, la Bantam Books, aveva deciso di non pubblicare più Delany dopo che nel volume Flight from Nevèrÿon aveva scritto in maniera esplicita del tema dell’AIDS ("The Tale of Plagues and Carnivals, or, Some Informal Remarks toward the Modular Calculus, Part Five").


In questo volume troviamo le tre storie finali e un’appendice.

In "The Game of Time and Pain" incontriamo di nuovo Gorgik, protagonista e/o comparsa di numerosi racconti precedenti. Qua lo incontriamo ormai quasi cinquantenne, scafato ministro della Principessa Ynelgo. Viaggiando per andare al funerale del suo nemico politico Lord Krodar, incontra un giovane barbaro e gli racconta alcuni fatti della sua vita, di come sia diventato schiavo, delle sue esperienze in schiavitù e di come una volta liberato sia diventato un ribelle in lotta contro quella istituzione disumana prima e politico dopo. Molti fatti si sovrappongono con racconti precedenti, altri sono nuovi, in particolare il suo incontro, lui schiavo in miniera, con un gruppo di turisti nobili che li affittarono per alcuni lavori nel loro accampamento.

Vede una cosa che lascia una segno indelebile: un nobile che si eccita sessualmente mettendosi un collare da schiavo. Questo genera il Gorgik una serie di pensieri su sesso, politica e potere: la sua conclusione (condividendo anche lui simili kink) è che non potrà mai essere libero dalla schiavitù finché esistono altri schiavi – da qui la sua campagna per l’abolizione dell’istituzione.

La sua lotta l’ha portato a diventare un uomo politico, a muoversi tra i nobili della Corte che prima combatteva, fino a diventare una emanazione dell’autorità, la stessa autorità che prima manteneva la schiavitù e che adesso ne regola l’abolizione. Ma come abbiamo visto in Neveryóna: Or, The Tale of Signs and Cities (nello specifico nell’incontro tra Prynn e Lady Keynes) altre forme di schiavitù sono messe in atto, come il salario. Gli ex schiavi lavorano per salari da povertà negli slum delle città dove si sono “liberamente” potuti spostare.

Lord Krodar è il nemico politico di Gorgik, ma è anche la persona attorno la quale egli ha modellato la sua personalità politica. Ora che il suo nemico è morto Gorgik è in crisi esistenziale.
“When the old definitions are gone, he [Gorgik] thought, how we grasp about for new ones! What am I, then? And what is this ‘I’ that asks? Yet to articulate them was to be aware of the split between them, between the mystical that asked them and the historical they asked of, between the unknowable hearing them and the determinable prompting them, so that finally he came to this most primitive proposition: only when such a split opened among the variegated responses to a variegated world was there any self.”
… in un brano che riesce a comprimere Cartesio, Hegel, Heidegger, Pascal, Kant e Sant’Agostino.

"The Tale of Rumor and Desire" è un mosaico di eventi della vita di Clodon, anche lui già incontrato in precedenza (XXX), di come sia diventato un criminale, un bandito, e di come si sia prostituito per un breve periodo al Ponte del Desiderio Perduto di Kholari, capitale di Neveryon. La serie di incontri porterà Clodon a fingere di essere Gorgik per rapinare i viandanti sulle strade dell’Impero – e finisce accoltellato da altri banditi. Questo racconto tratta del desiderio (desire) e della libido (lust), con Clodon che a un certo punto della sua vita incontra una donna che incarna tutti i suoi desideri sessuali, un’attrice che lo recluta per visitare una famosa cascata dove, forse, vivono ancora i draghi. Come Gorgik spiega a Udrog in “The Game of Time and Pain”:
“Tale tellers talk of lust as a fire that makes the body shiver as though cased in ice. But it’s not the fire or the ice that characterizes desire, but the contradiction between them. Perhaps, then, we should go on calling it a pause, a split, a gap – a silence that, on either side, though it seems impassable, is one that, while we are in it and it threatens to shake us apart, it seems we will never escape.”
"The Tale of Gorgik" ripropone la prima storia del ciclo, presente nel volume “Tales of Nevèrÿon”. Rileggendola dopo aver letto tutte le altre storie vediamo come sia ad essa collegata, con i collegamenti che ovviamente a una prima lettura non potevano essere noti, e che solo dopo 11 storie ambientate in quel mondo ci risultano finalmente chiari e (finalmente) vediamo come tutte le storie in qualche modo l’hanno intersecata, ne sono state matrici o conclusioni. Il ragazzo che Gorgik vede togliersi il collare (e che lo ispira a suo modo sia politicamente che sessualmente) è proprio Clodon da giovane, il quale per un breve periodo provò a prostituirsi come “schiavo” sul Ponte del Desiderio Perduto.


Rileggiamo anche il primo incontro di Gorgik con la schiavitù: in un magazzino trova degli schiavi commerciati da suo padre, quando ripassa nello stesso posto non li trova più. In quel momento gli viene l’idea che l’essere umano è un corpo che si può trasformare in merce.

Return to Nevèrÿon viene considerate da Delany il suo magnum opus. È la sua grande epica, ma al contrario di quella Omerica, l’eroe non è focus e punto di vista della narrazione. Gorgik è un eroe del quale si parla molto, su di lui circolano molte storie, ci sono troppi imitatori per poter stabilire definitivamente chi o cosa sia – non siamo più sicuri di cosa il simbolo Gorgik vada a indicare o cosa voglia dire. Lo possiamo solo vedere (spesso di fuggita) negli incroci con tutte le altre storie. Nella saga ricorre spesso il tema del tessere e dell’intreccio, e della relativa formazione di storie e racconti.


Si esiste quando ci si può raccontare. Ma le storie non devono solo essere raccontate, devono anche essere ricordate. E per essere ricordate devono essere scritte (nella saga vediamo troppo spesso come le storie orali cambino di bocca in bocca), ma non tutti possono farlo, solo i pochi con questo potere possono. Potere e linguaggio: non per niente la saga prende spunto da due “buchi neri narrativi” nella storia degli Stati Uniti: quella della schiavitù e quella relativa all’AIDS.
“Language is first and foremost a stabilizer of behaviour, thought, and feeling, of human responses and reactions – both for groups and for individuals. Language is a stabilizer among our responses to the world and to our problems in it”

lunedì 8 aprile 2024

La guerra che uccise Achille

Finito di nuovo in uno di quei periodi nei quali non mi interessa più nulla che sia successo dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, ho letto “The War That Killed Achilles” di Caroline Alexander.

Si tratta di uno studio dell’Iliade basato sulle conoscenze storiche (sia del periodo supposto della guerra, che di quello di stesura dell’opera), su testi e tradizioni contemporanee e antecedenti e sulla mitologia greca e ittita (la città di Troia era feudo dell’Impero Ittita).

Centrale è la figura di Achille, figlio di Peleo e della dea Teti. E qua ho trovato la cosa più interessante.

Achille è una figura anomala nell’epica antica. È figlio di Peleo, Re di Ftia in Tessaglia, regione ai confini della Grecia associata con streghe e luoghi selvaggi. Peleo era noto per le sua prodezze in battaglia e per accogliere nel suo regno persone in fuga dalla legge, criminali e profughi di varia provenienza. Achille è figlio di Teti, nereide discendente di Oceano; è una divinità alla quale molti altri dei devono sempre dei favori perché lei li ha aiutati nei momenti difficili.

Achille cresce nella regione più stregonesca della Grecia, e ha come tutore Chirone, che gli insegna l’arte medica.

Mettendo tutte queste cose assieme viene fuori Achille come figura sciamanica, anomala rispetto a tutti gli altri eroi che partecipano alla Guerra di Troia. E da altre fonti risulta che i suoi compagni Mirmidoni erano un branco di lupi mannari. Interessante, no?

(sembra che le parti inerenti Achille siano anche quelle più recenti. Chiunque (Omero?) abbia dato forma finale all’Iliade ha avuto un colpo di genio aggiungendo questo eroe).

È Achille stesso a chiedersi che ci faccia lì. Lo dice chiaramente: questi Troiani non mi hanno fatto niente, non ho niente a che fare con la Elena e Menelao e Paride, rischio di farmi ammazzare e prendo anche pesci in faccia da Agamennone?

Achille viene definito “Pelìde” in tutta l’Iliade, ma diventa il vero figlio di suo padre non combattendo eroicamente, ma solo quando accoglie con pietà Re Priamo, venuto a reclamare il corpo del figlio Ettore da lui ucciso – proprio come suo padre dava rifugio a fuorilegge e nemici.

È una nota di triste umanità con la quale finisce l’Iliade. NON finisce quando Achille uccide Ettore vendicando la morte del suo compagno Patroclo (e qua sta una delle tanti innovazioni di Omero rispetto alle opere epiche precedenti), ma con una serie di funerali (di Patroclo e di Ettore), e un Achille che pur avendo confermato se stesso come eroe si trova a cenare da solo, senza il suo compagno al suo fianco e, vedendo Priamo, scoppia a piangere pensando a suo padre lasciato solo in Ftia.

L’Iliade non glorifica la guerra, anche se, fa notare l’autrice, molte volte e in maniera capziosa è stata forzatamente interpretata in questo modo.

La nota finale sulla Guerra di Troia la troviamo nell’altra opera di Omero, l’Odissea, dove Ulisse (in incognito) ascolta le storie dell’assedio e:


Cosí dunque cantava l’insigne poeta. Ed Ulisse
struggeasi; e il pianto giú dal ciglio bagnava le guance.
Come una donna piange protesa sovresso lo sposo,
che per la sua città, pei suoi cittadini è caduto,
per tener lungi il giorno fatal dalla rocca e dai figli:
essa che cader morto lo vide, e dar gli ultimi guizzi,
amaramente piange, protesa sul corpo; e i nemici
di dietro, con le lance, le battono gli omeri e il collo,
e via schiava l’adducon, che soffra fatiche e dolori;
e a lei pel piú doglioso tormento s’emacian le guance:
cosí bagnava Ulisse di misero pianto le ciglia.

(traduzione del Romagnoli)